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Autoritarismo e personalità fasciste nelle forze armate italiane – tratto da “Osservatorio Repressione”

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Pubblicato il 16 Giugno 2014

 

Proponiamo la lettura di questo articolo veramente ben fatto.

Ho affrontato più volte il tema della deriva antidemocratica e autoritariamente repressiva che negli ultimi decenni ha coinvolto le forze dell’ordine, soprattutto italiane, in cui non si è voluto democratizzare anche quel settore dello Stato, lasciandolo totalmente in mano ad un organico palesemente di stampo fascista, pericolosissimo per una democrazia, dato che, il settore dell’esecutivo, non può essere condotto da persone che palesano un ideale dichiaratamente opposto ai più elementari diritti individuali, civili ed umani.

Nell’articolo che riporto, si tratta l’argomento della militarizzazione delle forze dell’ordine, che, ricordo a tutti, soprattutto a chi non lo sa (che purtroppo è la maggior parte), esercito e forze dell’ordine sono e devono essere due entità, per gestione, poteri, ma soprattutto formazione, totalmente slegate l’una dall’altra, cosa che dovrebbe accadere in ogni paese a, cosiddetta, “democrazia avanzata”. Da noi, un sistema di per se vergognoso come quello della formazione dell’esercito, che seleziona persone inclini alla violenza, con basso grado culturale ed “allevate” in maniera violenta; ormai coincide con le metodiche di selezione delle forze dell’ordine, in cui, addirittura, ormai se ne accede solo dopo carriera militare con il retaggio che ne consegue, nell’insegnamento alla prevaricazione, esaltazione, superioritismo ed annientamento “dell’obiettivo”: tutto ciò, è nella mente di chi dovrebbe proteggere….

L’articolo deriva “Dall’osservatorio sulla repressione”

Marcello Colasanti

 


L’articolo: Autoritarismo e personalità fasciste nelle forze armate italiane


Malgrado le retoriche su una polizia e un esercito «di prossimità», razzismo, “rambismo”, “proattivismo” caratterizzano, di fatto, il modo di “fare polizia” e imporre l’ordine in un numero di paesi: quali radici?

Pubblichiamo una sintesi del saggio di Charlie Barnao e Pietro Saitta (tratto da “La violenza normalizzata Omofobie e transfobie negli scenari contemporanei“, a cura di Cirus Rinaldi, Kaplan 2013).

1. Introduzione: polizia, esercito e fascismo

Questo capitolo intende esplorare i legami fra guerra e pace nella democrazia contemporanea, a partire da uno studio portato a termine in Italia. Più nel dettaglio, il processo di addestramento e la formazione di “personalità fasciste” e autoritarie che ha luogo in un corpo d’élite all’interno delle forze armate italiane – la brigata paracadutisti “Folgore” – costituiranno il campo privilegiato per os- servare non solo l’addestramento di un particolare gruppo di professionisti della guerra, ma anche la cultura e la formazione di molti di coloro che transitano dalle fila dell’esercito a quelle delle forze di polizia (Polizia, Carabinieri, Polizia Municipale e Guardia di Finanza in Italia). Dai primi anni 2000, la maggior parte dei posti disponibili nelle forze di polizia italiana sono riservati solo ai ve- terani e al personale proveniente dall’esercito. I soli posti disponibili per i civili sono quelli per il ruolo di ufficiale, e sono in numero molto limitato.

Anche se le statistiche non sono disponibili – l’esercito e la polizia italiana sono infatti estremamente reticenti (Palidda, 2000) – almeno 1/3 degli agenti impiegati nei corpi di polizia in questo momento sono ex militari. Sebbene nessuno abbia an- cora sistematicamente analizzato il problema della nuova composizione delle forze di polizia e le tensioni che tali cambiamenti hanno generato al loro interno, la nostra impressione è che questi cambiamenti portino con sé importanti conseguenze.

Nel corso di una conversazione, il vice-comandante di una stazione di polizia, con meno di quarant’anni, afferma:

Gli ex militari sono maleducati. So che questo termine non è appropriato, ma questa è la parola che usiamo. Si sentono superiori ai civili, ci considerano burocrati che non hanno mai guardato in faccia il pericolo. Loro ne sanno sempre di più… sai, discutono gli ordini e in generale sono irrispettosi.

In un altro punto della conversazione, lo stesso ufficiale nota:

Ai tempi dell’accademia, io ero laureato e il mio compagno di stanza era un elettricista. Eravamo due mondi letteralmente diversi che si incontravano. Oggi, immagino che la notte, in quella stessa stanza, quelle perso- ne che parlano di fucili, m16, la volta che hanno sparato a qualcuno in Kosovo o la volta in cui erano sotto attacco, e così via…

Un membro del sindacato di polizia, nonché assiduo collaboratore di un bol- lettino professionale della polizia di stato, in una comunicazione privata, tra le altre cose osserva: «Attraverso i nuovi canali di reclutamento, le forze di polizia stanno andando nella direzione della (re)militarizzazione e della (de)democratizzazione».

Quest’ultima testimonianza si riferisce alla legge 21, che nel 1981 garantì nuovi diritti politici e associativi alla polizia, che inoltre fu smilitarizzata. Oggi, secondo quest’agente di polizia, tale organizzazione civile è stata superata da nuove forme di reclutamento:

Assistiamo ad una regressione di fatto, ad una re-militarizzazione che riduce i diritti dei membri di polizia e mira alla costruzione di un nuovo tipo di personalità collettiva, al cui interno la democrazia e il senso critico sono più deboli e poco graditi […] riguardo alla democrazia, la situazione attuale all’interno della polizia è fortemente influenzata dalla generazione dei quarantenni. Quelli che, in altre parole sono entrati in polizia alla fine degli anni ’90. Molti di quegli agenti scelsero quella professione in seguito agli omicidi di Falcone e Borsellino (due magistrati assassinati dall’orga- nizzazione mafiosa in quegli anni, ndr) e a causa dell’ondata emotiva che fece seguito a questi due omicidi. Questi agenti avevano grandi ideali e, soprattutto, non provenivano dall’esercito. Sono stati gli ultimi, tra i civili, a fare ingresso nelle forze di polizia. Successivamente, il reclutamento fu sempre più riservato agli ex soldati. Gente con una certa mentalità.

Partendo da queste osservazioni – in certi punti contrastanti con la retorica che vede nelle forze di polizia la garanzia di astratti concetti quali neutralità, sicurezza, rispetto per i diritti umani e per la democrazia – il presente capitolo intende riflettere sui modi in cui la cultura militare professionale si riproduce ed espande, o piuttosto, sul processo che, attraverso le tecniche di addestramento, conduce spesso alla formazione di personalità autoritarie e, nel caso italiano, quasi apertamente fasciste e “pretoriane”, in ragione delle dinamiche della professionalizzazione (Soeters et al., 2006; Born, 2006).

Certamente, una globale onnicomprensiva definizione di fascismo non è appropriata e siamo consapevoli dei limiti della nostra ricostruzione. Secondo Payne (1983), comunque, il fascismo è un fenomeno poliedrico, sfaccettato, ed è possibile fornirne diverse definizioni. Come ha suggerito Eco (1995: 5): «il fascismo è diventato un termine polivalente, multiuso, perché da un regime fascista è possibile eliminare una o più caratteristiche, ma esso continuerà a essere identificabile come fascista». Nella nostra visione, allora, il fascismo delle forze armate moderne in Italia è prima di tutto una formula autodefinitoria: esse sono fasciste perché adottano il simbolismo e le tradizioni propriamente fasciste (saluti, marce, inni, tatuaggi).

Come proposto da Renton (1999), infatti, il fascismo è un’estetica politica che si adopera e si rifà a un simbolismo romantico, a una visione positiva della violenza, all’affermazione della virilità e della guida carismatica. Inoltre secondo Caforio e Nucciari (2011) il 23,4% dei militari dichiara di appartenere all’estrema destra e il 39,6% alla destra. Allo stesso modo, Della Porta e Reiter (2004) hanno dimostrato l’esistenza di orientamenti analoghi anche nella polizia.

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3. Cambiamenti e violenza nella polizia e nelle forze armate

A partire dagli anni ’80, come in molti altri paesi europei (Caplow e Venesson, 2000), in Italia si è assistito a un profondo cambiamento nelle strutture di forze armate e di polizia dovuto a:

impegno crescente in guerre internazionali e missioni di pace;
l’abolizione del servizio di leva e la nascita di corpi professionali;
la creazione di canali privilegiati per il passaggio da esercito a polizia e il conseguente ingresso massiccio di veterani all’interno delle forze dell’ordine.
Tali trasformazioni hanno luogo all’interno di un più ampio contesto di violenza organizzata e globale (Kaldor, 2007), dove possiamo notare, sia a livello nazionale che internazionale, il consolidarsi di pratiche spesso contraddittorie come:

a) l’utilizzo di attacchi preventivi nella risoluzione dei conflitti (Levy, 2010);

b) la copertura delle guerre e del numero di vittime civili e militari, che vengono celati da etichette come “missione di pace” o “nation-building” (Segal, 1995, Record, 2000);

c) la privatizzazione della guerra e il successivo subappalto ad agenzie di sicurezza di mercenari (i cosiddetti “contractors”) (Kummel e Jager, 2007; Dal Lago e Rahola, 2009);

d) la militarizzazione de facto delle atti- vità di polizia attraverso l’utilizzo di equipaggiamento da guerra tecnologico per controllare i confini e le manifestazioni di piazza (Bigo e Tsoukala, 2008) o la pratica di controllo del territorio (qui il caso italiano è esemplare poiché esercito e polizia pattugliano assieme aree urbane e luoghi considerati sensibili/simbolici come tribunali, uffici della pubblica amministrazione o il centro delle città);

e) l’indipendenza di alcuni corpi speciali di polizia che cresce in maniera sempre più preoccupante: a livello comunitario l’Eurgendfor o Forza di Gendarmeria Europea (Lioe, 2011) e a livello nazionale la DIGOS (Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali) della polizia italiana – che in realtà viene impiegata come reparto di polizia politica che può agire con pieni poteri, fuori dal controllo della magistratura (Della porta e Reiter, 2004).

Questo tipo di cambiamenti, qui brevemente elencati, implicano comunque una doppia trasformazione: quella poliziesca del militare e quella militare dell’azione di polizia (Dal Lago e Palidda, 2010). Una conversione che è probabilmente alla base di una preoccupante sequela di episodi di violenze efferate, a partire dagli anni Novanta, da pubblici ufficiali (poliziotti, militari, carabinieri, vigili urbani) ai danni di singoli cittadini o di manifestanti in strada, nel corso delle manifestazioni stesse o di fermi di polizia e in questure, caserme e carceri; oltre che nel corso di missioni militari all’estero (per una valutazione degli epi- sodi che si sono verificati dal 2000, si veda Amnesty International 2011).

Il tristemente noto G8 di Genova nel 2001 ne costituisce un perfetto esempio. Nei giorni del summit si ebbero alcune delle più significative manifesta- zioni di militarismo poliziesco in perfetto stile fascista e di quella devianza isti- tuzionale che costituiscono l’oggetto della nostra trattazione. Durante il corso di quest’enorme manifestazione popolare fu ucciso un manifestante, circa 500 persone rimasero ferite e migliaia – inclusi molti bambini e anziani – furono attaccati, senza alcuna provocazione, da parte della celere. Al termine della manifestazione le forze dell’ordine, per divertimento o rappresaglia, compirono un vero e proprio massacro notturno ai danni di operatori dell’informazione indipendenti e di altri attivisti inermi all’interno di una scuola, usata come quartier generale dei media alternativi e come rifugio per la notte; inoltre la polizia costruì false prove, per giustificare l’azione, piazzando due bombe molotov nella struttura al momento dell’irruzione.

Negli ospedali e nei centri di detenzione, i manifestanti fermati subirono violenze fisiche e psicologiche devastanti, mentre gli agenti li obbligavano a fare il saluto fascista al suono di motivetti come: «1, 2, 3 viva Pinochet; 4, 5, 6 a morte gli ebrei; 7, 8, 9 il negretto non commuove» (Palidda, 2008; Zamperini e Menegatto, 2011). Ma non si dovrebbero dimenticare i vigili urbani di Parma che arrestarono il cittadino italoghanese Emmanuel Bonsu Foster, ingiustamente accusato di essere uno spacciatore, selvaggiamente picchiato e ingiuriato con epiteti razzisti quali «sporco negro, scimmia ecc».

Si è parlato molto delle violenze e degli stupri a sfondo razzista perpetrati in Somalia dall’esercito italiano (Razak, 2005). Inoltre può essere utile menzionare le misteriose morti di Giuseppe Uva, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Michele Ferrulli e Christian De Cupis, tutti deceduti in seguito alle violenze cui sono stati sottoposti, presumibilmente durante l’arresto o mentre si trovavano detenuti in cella in attesa di processo, oppure colpiti dalle pallottole esplose senza motivo da agenti di polizia.

E non si dovrebbero trascurare nemmeno i violenti riti d’iniziazione praticati per decenni dai membri del Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza (NOCS) della polizia; in particolare la pratica dell’“anestesia”, che, consiste nel picchiare il fondoschiena di un commilitone fino al punto di renderlo insensibile e successivamente applicare un morso profondissimo che squarcia i glutei da lato a lato (Angeli e Mensurati, 2011). Le violenze dei NOCS, rivolte tanto all’interno quanto all’esterno del gruppo, ci rinviano alla “Banda della Uno bianca”, composta da poliziotti che per sette anni hanno gratuitamente insanguinato le strade di Centro e Nord Italia – uccidendo 24 persone e ferendone 102 – per ragioni mai veramente chiarite, che avevano tuttavia tra le proprie motivazioni, oltre che il denaro, l’odio per i tossicodipendenti, gli immigrati e i “diversi” in genere; e, forse, anche l’appartenenza alla galassia della destra eversiva, oltre che connessioni con i servizi segreti italiani, tradizionalmente al centro di trame sanguinarie all’insegna della “strategia della tensione” (Beccaria, 2007).

Queste violenze individuali ai danni di civili e le torture compiute da pubblici ufficiali italiani nel corso di attività istituzionali in scenari di guerra o di pace, ugualmente contrassegnati da uno «stato d’eccezione» (Schmitt, 2005; Agamben, 2005) imposto dal mondo politico, dai vertici delle forze armate oppure dai singoli agenti e militari, ci parlano, da un lato, di un’autentica «devianza delle forze dell’ordine» (Magno, 2009) e, dall’altro, di una cornice in cui gli oppositori appaiono spesso come una «minaccia biologica» la cui eliminazione fisica costituisce un’opzione plausibile (Palidda, 2010: 125). Malgrado le retoriche su una polizia e un esercito «di prossimità» (Segal, 2001; Van den Herrewegen, 2010), razzismo, “rambismo”, “proattivismo” caratterizzano, di fatto, il modo di “fare polizia” e imporre l’ordine in un numero di paesi (Palidda, 2000; Terrill e Resig, 2003; Duràn, 2009). Si tratta di un processo che va letto soprattutto – anche se non unicamente – nell’ottica di un «control by organization» (Van Doorn, 1969) delle forze armate, consistenti in una relazione diretta di queste ultime con il potere politico e nella percezione da parte degli operatori di una sostanziale convergenza tra le loro pra- tiche e la volontà “democratica” incarnata dai vertici delle istituzioni statali.

Ciò appare particolarmente vero se si considera che l’Italia è stata governata per oltre un decennio da forze apertamente xenofobe e devote all’ideologia della “tolleranza zero”, almeno con riferimento ai crimini dei poveri (Maneri, 2001; Saitta, 2011). Anche se, in realtà, il securitarismo sembra essere da tempo un’ideologia trans-politica e trasversale a cui, con gradualità differente, aderiscono i governo sia di destra sia di sinistra (Bigo, 1992; Wacquant, 1999).

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6. Conclusioni

Le ipotesi centrali emerse dalla ricerca sul campo sono:

a) L’apprendimento dell’aggressività all’interno dell’istituzione militare è voluto e controllato dall’istituzione in quanto necessario e funzionale agli scopi ultimi dell’istituzione stessa.

La socializzazione del militare a una nuova cultura di riferimento è strut- turata in fasi ben precise che accompagnano il passaggio dell’individuo da una fase a un’altra della sua vita, da uno status a un altro, attraverso tutta una serie di pratiche centrate su stress e aggressività. Dopo il primo periodo addestrativo, la socializzazione della nuova cultura viene affidata a pratiche addestrative tra cui spicca il rituale della pompata. Si tratta di un rituale voluto dall’istituzione (tutti i paracadutisti pompano dal generale al più basso in grado) che diviene un modello relazionale privilegiato attraverso il quale avviene la trasmissione di valori, norme e modelli comportamentali che sono ritenuti fondamentali per il buon funzionamento dell’istituzione stessa.

b) Il sistema educativo della caserma mira alla formazione di personalità autoritarie e fasciste che, in condizioni di stress, portano gli attori a tenere comportamenti sadici e di violenza incontrollata.

Il modello educativo attorno al quale si sviluppa il rituale della pompata contiene in sé molti degli elementi che risultano essere caratteristici delle personalità autoritarie. Si tratta di un modello di fascismo psicologico che si intreccia con i valori, i simboli, di quello che abbiamo definito un fascismo storico/culturale.

Ricollegandoci a quanto notato in apertura del capitolo, la possibilità di esten- dere quest’apparato concettuale sino a includere le forze di polizia potrà sembrare ad alcuni critici un’operazione estrema. Tuttavia quel che sosteniamo è che le prin- cipali differenze riguardano più l’intensità che i contenuti dei rispettivi addestra- menti. Per quanto la riforma della polizia italiana del 1981 abbia parzialmente smi- litarizzato il corpo e reso meno coercitive le condizioni del personale, il processo di addestramento degli agenti presenta forti somiglianze con quello che abbiamo qui descritto e persegue un ideale di efficienza – basato sulle nozioni di forza fisica, co- esione, risposta – del tutto paragonabile a quello rinvenibile nell’esercito. Peraltro, anche le normali forze di polizia dispongono al proprio interno di truppe “d’élite”, paramilitari, addestrate per gli interventi speciali (antiterrorismo, antirapi- mento ecc.). Gli uomini di questi reparti non vengono mobilitati ogni giorno per le loro attività speciali ma, al contrario, li ritroviamo spesso impegnati a svolgere normali attività di controllo. Uno degli scandali che ha coinvolto i NOCS, per esempio, ha visto alcuni degli uomini di questa squadra recarsi nell’ospedale dove un commilitone giaceva ferito in seguito a una coltellata – ricevuta nel corso di un intervento serale in discoteca – per picchiarlo selvaggiamente: un membro dei NOCS, infatti, «non si fa accoltellare da un coglione qualsiasi». Ma a rendere più complesso il quadro interviene il fatto che l’esercito assume, talvolta, caratteristiche proprie della polizia e viceversa. Al di là del fatto che, a ogni tornata concorsuale per l’ingresso nei ranghi della polizia e delle altre forze, un’elevatissima quota di posti è riservata ai militari, questi ultimi svolgono funzioni di polizia nel corso di molte missioni all’estero. Dall’altra parte polizia e carabinieri spesso svolgono funzioni fondamentalmente militari in patria e all’estero21. Chi ha visto i corpo a corpo dei reparti mobili della polizia italiana negli stadi e nelle manifestazioni, per esempio, non avrà potuto fare a meno di notare la strategia militare che guida le manovre di accerchiamento e isolamento dei manifestanti o dei tifosi. A tale pro- posito, una delle nostre testimoni, una donna di 26 anni che ha prestato servizio in Afghanistan ed è stata impiegata occasionalmente nei Centri di identificazione ed espulsione (CIE), afferma:

Dopo essere tornati dall’Afghanistan, alcuni giorni dopo, per la prima volta ci hanno addestrato ad intervenire in occasione di dimostrazioni e rivolte, per il “controllo della folla” poiché avevano richiesto la nostra presenza in un CIE. […] Fu un addestramento giornaliero… eravamo schierati l’uno verso l’altro… un gruppo, composto per la gran parte dei veterani, impersonava i “no global”, la folla. L’altro gruppo, composto dal nuovo personale, imperso- nava la polizia. “dovete controllare la folla”. Allora, seguiva la simulazione di rivolta […]. Venni picchiata […] ci tirarono addosso di tutto… ghiaccio, pez- zi di legno, pneumatici, fumogeni. […] Alla fine, quattro persone dovettero essere portate in infermeria ed una all’ospedale. Io ebbi un occhio nero.

Il sapere militare e quello di polizia – quest’ultimo basato sulla capacità di raccogliere informazioni (Palidda, 1999) e sull’affinamento di quelle funzioni cognitive che permettono di parlare della polizia come dell’“organo epistemo- logico” dello Stato (Della Porta e Reiter, 2004) – si combinano tra loro, gene- rando un ibrido pratico e attitudinale spesso indistinguibile. Questa particolare maniera di stare sulla scena – al di là dell’intensità con cui gli attori eseguono i copioni oppure dell’enfasi assegnata sulla negoziazione piuttosto che sull’uso della forza – ha la caratteristica di essere verticistica, autoritaria e tendenzialmente comportamentista. Questa “meccanica” dell’azione serve a ridurre la complessità e i tempi di reazione dinanzi al tipo di sfide attese in strada. Il problema è che tali “sfide” hanno spesso caratteristiche ben diverse da quelle per cui il personale di polizia è formato, ed eccedono la capacità interpretativa degli operatori (Quassoli, 1999); oltre al fatto che esse costituiscono, in ogni caso, un’occasione per “conseguire i risultati” e trarre vantaggi professionali di un qualche tipo. La violenza esibita nel corso delle manifestazioni di piazza contro i “professionisti della protesta”, la crudeltà con cui vengono picchiati giovani “sbandati” in strada, nelle questure e nelle celle, corrispondono probabilmente a una precisa visione del mondo e dell’ordine, oltre che alla percezione di stare agendo così come si attendono parte dei superiori e della società. Non è un caso, infatti, che i poliziotti condannati per violenze siano abbastanza pochi e che gran parte delle “morti di stato” italiane siano rimaste avvolte in un alone di mistero, rese confuse dalle perizie degli esperti di parte e dalla mancanza di collaborazione di buona parte dei vertici delle istituzioni coinvolte (questure, carceri ecc.). Malgrado le lamentele e la tendenza a negare queste accuse, le forze di polizia dispongono solitamente di mezzi, coperture e coesione che, tranne particolari casi e fattispecie, vengono mobilitati a difesa dell’istituzione e dei suoi membri. E quanto a questi ultimi, come si fa, in fondo, a rimproverare loro qualcosa? Dopo tutto, gli agenti sono stati programmati, da un lato, per rispondere scrupolosamente alle richieste della catena di comando e, dall’altro, per prevedere ciò che questa stessa catena si attende da loro; stretti dalle maglie del potere, non possono fare altro che farsi potere essi stessi ed esercitare la forza, traendone gioie, benefici, frustrazioni e tutta la differenziata gamma di emo- zioni che il “mestiere delle armi” può offrire. E se tutto questo è vero, l’intima, seppure ingenua domanda che sentiamo di dover rivolgere ai sostenitori civili di questo complesso apparato è cosa esso abbia a che fare con la democrazia, la libertà e, soprattutto, la difesa della vita.

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