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Profezie incomprese di 170 anni fa. – Marx e la realtà del “salario”.

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Pubblicato il 22 Giugno 2014

 

  Rileggere queste considerazioni sull’economia capitalista, perfettamente calzanti con la situazione attuale, e pensare che sono state scritte 170 ANNI FA, mette tristezza; malgrado questo, ancora ci ingannano con lo stesso giochetto e chi manda avanti la “macchina” del sistema,  facendo la parte dell’ingranaggio sfruttato, non se ne rende conto…..

Questo perchè non legge, non studia….

170 anni fa (ma anche altri filosofi prima), ci fu chi scrisse testi assolutamente profetici.

Ma più che di profezia, tutto ciò che di negativo prevedevano si è realizzato perchè chi aveva interesse a dirigere l’economia e la società in un dato modo (la classe dominante), ha modificato anche la mente e gli interessi degli sfruttati, nella sicurezza che loro non avrebbero capito tutto questo, nonostante fosse tutto scritto, e ancora peggio, non avrebbero avuto la VOGLIA di andarlo a leggere; se disgraziatamente lo avessero fatto, non l’avrebbero comunque compreso…..

Altrimenti, non si spiegherebbe un operaio, emblema dello sfruttamento liberista, che si dichiara di destra (malgrado non sappia nemmeno storicamente e politicamente a cosa si riferisca tale denominazione), o ancora peggio, fascista…..

Vi raccomando la lettura di questo passo….
Meglio ancora, di tutta l’opera…

Marcello Colasanti

 

“In un paese, che avesse raggiunto l’ultimo grado possibile della sua ricchezza, tanto il salario quanto l’interesse del capitale sarebbero entrambi assai bassi. Tra gli operai la concorrenza per avere un’occupazione sarebbe così grande che i salari sarebbero ridotti a ciò che basta per mantenere lo stesso numero di operai, e dal momento che il paese sarebbe già abbastanza popolato, questo numero non potrebbe aumentare. Il di più dovrebbe morire. Così in una situazione sociale regressiva, la miseria dell’operaio è progressiva, in una situazione progressiva la miseria è complessa, in una situazione stabile la miseria è stazionaria. Ma siccome una società, secondo Smith, non è felice dove la maggioranza soffre, e siccome lo stadio di maggior ricchezza della società conduce a questa sofferenza della maggioranza e l’economia politica (in generale la società fondata sull’interesse privato) conduce a questo stadio di maggiore ricchezza, bisogna concludere che l’infelicità della società è lo scopo dell’economia politica. […]
L’economista ci dice che originariamente e teoricamente l’intero prodotto del lavoro appartiene all’operaio. Ma ci dice nello stesso tempo che di fatto giunge all’operaio la parte più piccola e assolutamente più indispensabile del prodotto; solo quel tanto che è necessario affinché l’operaio viva non come uomo ma come operaio, e propaghi non l’umanità, ma quella classe di schiavi, che è la classe degli operai. L’economista ci dice che col lavoro ogni cosa si può comprare e che il capitale non è altro che lavoro accumulato; ma ci dice nello stesso tempo che l’operaio, ben lungi dal poter comprare ogni cosa, deve vendere se stesso e la sua umanità. Mentre la rendita fondiaria dei possidente ozioso ammonta il più delle volte alla terza parte del prodotto della terra e il profitto del capitalista intraprendente persino al doppio dell’interesse del denaro, il massimo che l’operaio guadagna nel caso più fortunato ammonta a tanto che su quattro figli due devono morirgli di fame. Mentre, secondo l’economista, il lavoro è l’unico mezzo con cui l’uomo ingrandisce il valore dei prodotti naturali, mentre il lavoro è la proprietà attiva dell’uomo, il proprietario fondiario e il capitalista, i quali in quanto proprietario fondiario e in quanto capitalista sono semplicemente divinità privilegiate ed oziose, hanno dappertutto, secondo la stessa economia politica, la preminenza sull’operaio e gli prescrivono leggi.
Mentre il lavoro è, secondo l’economista, l’unico prezzo delle cose che non subisce mutamenti, nulla vi è di più accidentale che il prezzo del lavoro, nulla che sia esposto alle maggiori oscillazioni. Mentre la divisione del lavoro aumenta la forza produttiva del lavoro, la ricchezza e il raffinamento della società, impoverisce l’operaio sino a ridurlo ad una macchina. Mentre il lavoro provoca l’accumulazione dei capitali e con esso il benessere crescente della società, rende l’operaio sempre più dipendente dal capitalista, lo espone ad una concorrenza maggiore, lo spinge nella caccia senza quartiere della superproduzione, a cui segue un rilassamento altrettanto grande. Mentre l’interesse dell’operaio non è mai in contrasto, secondo l’economista, con l’interesse della società, la società sta sempre e necessariamente in contrasto con l’interesse dell’operaio. […]
S’intende da sé che l’economia politica considera il proletario, cioè colui che senza capitale e senza rendita fondiaria vive unicamente del lavoro, di un lavoro unilaterale ed astratto, soltanto come lavoratore. Essa può quindi sostenere il principio che egli, al pari di un cavallo, deve guadagnare tanto che gli basti per poter lavorare. Essa non lo considera come uomo nelle ore non dedicate al lavoro, ma affida questa considerazione alla giustizia criminale, ai medici, alla religione, alle tabelle statistiche, alla politica e alla polizia.”

(Karl Marx, dal capitolo sul “salario” dei “Manoscritti Economico-Filosofici” del 1844)

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