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Ken Loach, vince la Palma d’oro di Cannes con “I, Daniel Blake”.

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“Vinciamo questo premio con un film che mostra una realtà molto strana, cioè quella dei cittadini della quinta nazione più potente al mondo che soffre la fame, stremati da un’austerità dovuta a ideologie neoliberali. Queste ci porteranno alla catastrofe. Per fortuna ci sono milioni che ancora combattono, perché il pericolo della disperazione avvantaggia le destre estreme, ma noi ci dobbiamo ricordare che abbiamo un messaggio importante da dare, ovvero che un altro mondo è ancora possibile e necessario.”

“Ricevere questo premio in questa situazione storica è molto importante. Non dobbiamo dimenticare le storie dei personaggi che hanno ispirato il film. Ci troviamo in un mondo pericoloso dove il neoliberismo rischia di ridurre in miseria migliaia di persone.
Il cinema è portatore di tante tradizioni, e fra questa c’è la protesta del popolo contro i potenti.
Non solo un altro mondo è possibile ma è necessario“.

Con queste parole, Ken Loach, regista britannico da sempre impegnato su tematiche sociali e politiche, ha commentato la sua vittoria al Festival di Cannes.

Un ringraziamento speciale al regista di “Il vento che accarezza l’erba” e del nuovo “I, Daniel Blake”, al messaggio potente e necessario che ci trasmette attraverso la sua arte, in questo particolare e difficilissimo periodo storico.

Colasanti Marcello

 

 

Intervista a Ken Loach, 14 Maggio 2016
“La Repubblica”

 

CANNES – KEN Loach arriva a Cannes con la solita camicia a quadretti e un intento preciso: “Spezzarvi il cuore e riempirvi di rabbia”. Con I, Daniel Blake il regista inglese è per la 13ª volta in concorso, e chiude idealmente, ideologicamente, il cerchio sul lavoro iniziato cinquant’anni fa sulla Bbc con Katy come home.
 
Attraverso l’incontro tra un carpentiere reduce da un infarto e una madre single disoccupata racconta, ancora, la disperazione di chi deraglia dal mondo del lavoro e viene abbandonato dallo Stato. L’accoglienza in sala è calda, la stampa tributa a “Ken il rosso” una standing ovation. Più tardi, in un giardino lontano dal chiasso della Croisette, si apre con l’entusiasmo quieto di un signore di quasi 80 anni che non ha nessuna intenzione di smettere di fare cinema.
Loach, aveva detto che Jimmy’s hall sarebbe stata la sua ultima volta.
“Quella è stata un’uscita maldestra mentre finivo di girare. Un lavoro duro, infernale. Ho pensato “non lo faccio più”. Poi fai l’ultimo ciak, ti riposi e la prospettiva cambia. Scopri che ci sono tante storie interessanti da raccontare”.
 
Quella di chi lotta per sopravvivere.
“Sì. Mi sono guardato intorno nella mia città natale, Nuneaton, nelle Midlands. E mi ha colpito la crudeltà quasi orwelliana del sussidio statale a chi è in condizione di bisogno. L’inefficienza intenzionale della burocrazia che è in realtà un’arma politica fatta di scartoffie e sanzioni per ostacolare e umiliare poveri, anziani e disoccupati”.
 
In Inghilterra fa più scandalo la povertà o essere nell’elenco dei Panama Papers?
“Negli ultimi anni c’è stata una campagna mediatica contro proletari e disoccupati. Considerati gente che non ha voglia di lavorare e prende soldi senza far niente. I ricchi sono trattati in modo diverso. Hanno successo e ci dicono che lo meritano. Gli attacchi agli evasori sono minimizzati. Le multinazionali fanno lobbing sui commissori europei: “Abbiamo bisogno di meno tasse, perché le nostre imprese abbiano successo”. Ma tasse basse significano servizi peggiori per la gente. E poi c’è bisogno di lavoratori più deboli, disposti a lavorare per poco. E così ti dicono che se non hai un lavoro è colpa tua, ti rendono vulnerabile. Ai ricchi i politici danno spazio, ai poveri umiliazioni”.
 
Persone che ieri avevano casa e lavoro, oggi non hanno da mangiare.
“Noi facciamo finta che non esistano, il cinema serve a raccontarlo. L’influenza più forte per me è stata quella del Neorealismo italiano. Ci avete insegnato voi come si racconta la classe lavoratrice, appartiene alla vostra tradizione. In ogni città puoi trovare gente che muore di fame e elemosina il cibo per nutrire i propri figli. E d’inverno devono scegliere se scaldarsi o nutrirsi”.
 
Lei racconta la loro quotidianità con molto calore.
“Questo deve fare il cinema: mostrare sullo schermo un’umanità in cui riconoscersi con un sentimento di solidarietà. Parola che ci era familiare negli anni 60 e 70, e di cui abbiamo bisogno ora più che mai, nel mio paese come nel vostro. Solidarietà dei lavoratori in Europa, altrimenti le grandi multinazionali avranno la meglio”.
 
Tra pochi giorni il suo paese deciderà se uscire dall’Europa.
“È un momento pericoloso: potremmo restare in un’Europa neoliberista sempre più orientata a privatizzazioni e tagli sociali, o uscirne, ma ci ritroveremmo con la destra al governo dell’Inghilterra e tagli ancora maggiori al Welfare. Alla fine, meglio restare, cercare di creare un partito di sinistra forte, unito agli altri movimenti europei, e lottare dall’interno della comunità”.
 
Londra ha appena eletto il sindaco musulmano Sadiq Khan.
“Decisamente meglio rispetto al riccone Boris Johnson, che grazie a dio se n’è andato da Londra, ma purtroppo fa ancora il politico in Inghilterra. La vittoria di Khan è anche della sinistra, ma ora deve provare di essere un uomo di sinistra e sostenere Jeremy Corbyn. Averlo alla guida dei laburisti è la cosa migliore dai tempi della Seconda guerra mondiale, un’occasione che dobbiamo cogliere”.
 
È convinto che il cinema debba “agitare” le coscienze.
“È uno dei pochi luoghi in cui si può ancora farlo. La stampa è di proprietà delle multinazionali. I canali tv sono di società a loro volta controllate dallo Stato, come è per la Bbc. Il cinema, europeo e indipendente, è l’ultimo piccolo spazio di libertà”.
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