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26 Luglio: l’inizio della Rivoluzione Cubana e il famoso discorso “La storia mi assolverà”.

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Il 26 Luglio del 1953, un gruppo di 120 uomini assalta la Caserma Moncada di Santiago di Cuba; per convenzione, da questa data, inizia la Rivoluzione Cubana, che si conclude l’8 Gennaio 1959 con l’arrivo a L’Avana di Fidel Castro.

Fidel_Castro_under_arrest_after_the_Moncada_attackL’obiettivo era l’occupazione della caserma, per poter utilizzare la locale trasmittente radio e inviare messaggi al popolo di Cuba, con la speranza di far sorgere una rivolta popolare contro la dittatura di Fulgencio Batista.
L’azione fallì, 61 rivoluzionari morirono negli scontri a fuoco con l’esercito.
Metà dei prigionieri, 40 in tutto, morirono per le torture inflitte nel carcere.

Durante il processo contro i rivoluzionari, Fidel Castro, che si difese autonomamente, pronuncerà un’arringa che segnerà la storia, un discorso ormai classico delle Scienze Politiche, conosciuto come “La storia mi assolverà”.

Che_Fidel_snak.jpgDenunciando il trattamento inumano che i suoi compagni subirono in carcere e citando storici personaggi illustri della Filosofia, delle Scienze Politiche e del libero pensiero; Fidel Castro motiva e giustifica l’atto di ribellione, come vero e proprio dovere di fronte al popolo cubano, alla patria, alla giustizia e alla libertà, nel momento in cui, tutti questi, sono mortificati in maniera dispotica.

Il discorso verrà trascritto in parte da una giornalista presente durante il processo, e in parte nella prigione dell’Isola de Pinos. Stampato e distribuito clandestinamente, diverrà il manifesto del Movimento del 26 Luglio, organizzazione rivoluzionaria che riunirà tutti i gruppi e persone che si riconoscono negli ideali del rivoluzionario Josè Martì, nel pensiero umanista, nel socialismo, nel comunismo, nel libertarismo e nell’antimperialismo, contro la dittatura appoggiata dagli Stati Uniti d’America di Fulgencio Batista.

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Proponiamo degli estratti di quel famoso discorso e una trascrizione ridotta di quello completo in occasione di questo anniversario, senza dimenticare che, proprio oggi, alla luce dei più attuali fatti di cronaca e politica internazionale, di discorsi e concetti del genere, ce n’è disperato bisogno…

Colasanti Marcello

CITAZIONI

In quanto a me so che il carcere sara’ duro come non lo e’ mai stato per nessuno, pieno di minacce, di vile e codardo rancore, pero’ non lo temo, cosi’ come non temo la furia del tiranno miserabile che ha preso la vita a settanta fratelli miei. 

Condannatemi, non importa, la storia mi assolvera’.
Fidel Castro

“Il diritto di insurrezione dinanzi alla tirannia e’ uno di quei principi che, sia o no incluso nella Costituzione Giuridica, ha sempre piena vigenza in una societa’ democratica.”

60-aniversario-movimiento-26-de-julio“Il diritto alla ribellione contro il dispotismo, Signori Giudici, è stato riconosciuto dalla più lontana antichità sino al presente, da uomini di tutte le dottrine, di tutte le idee e di tutte le credenze. Nelle monarchie teocratiche della più remota antichità in Cina, era praticamente un principio costituzionale che quando il re governasse in modo turpe e dispotico, fosse deposto e rimpiazzato da un principe virtuoso.
I pensatori dell’antica India impararono la resistenza attiva contro gli arbitri dell’autorità. Giustificarono la rivoluzione e tradussero molte volte le proprie teorie in pratica. […]

“San Tommaso di Aquino, nella “Summa Theologica” rifiutò la dottrina della tirannide, e sostenne, senza dubbio, la tesi che i tiranni devono essere deposti dal popolo.
Martin Lutero proclamò che quando il governo degenera in tirannide ferendo la legge, i sudditi sono liberati dal dovere dell’ubbidienza. […] Calvino, il pensatore più notevole della Riforma dal punto di vista delle idee politiche, postula che il popolo ha diritto a prendere le armi per opporsi a qualsiasi usurpazione.
Niente meno che un gesuita spagnolo dell’epoca di Filippo II, Juan Mariana, nel suo libro “De Rege et Regis Institutione”, afferma che quando il governante usurpa il potere, o quando eletto, regge la vita pubblica in maniera tirannica, è lecito l’assassinio […] direttamente, o avvalendosi dell’inganno, con il minor disturbo possibile. […]
Già nel 1649 John Milton scrive che il potere politico risiede nel popolo, il quale può nominare o destituire i re […]
20090130260204502John Locke nel suo “Trattato di Governo” sostiene che quando si violano i diritti naturali dell’uomo, il popolo ha il diritto e il dovere di sopprimere o cambiare il governo: “L’unico rimedio contro la forza senza autorità sta nell’opporre ad essa la forza”. Jean Jacques Rousseau dice con molta eloquenza nel suo “Contratto Sociale”: “Mentre un popolo si vede forzato a obbedire e obbedisce, fa bene; e non appena può strapparsi il giogo e se lo strappa, fa meglio, recuperando la sua libertà con lo stesso diritto che gli è stato tolto”. […]”

Rinunciare alla propria libertà è rinunciare alla qualità dell’uomo, ai diritti dell’umanità, e anche ai doveri. […] Tale rinuncia è incompatibile con la natura dell’uomo; e togliere tutta la libertà alla volontà è togliere ogni moralità alle azioni. […]
La famosa Dichiarazione Francese dei Diritti dell’Uomo lasciò alle generazioni future questo principio: “Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per questo il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri” “Quando una persona si impossessa della sovranità deve essere condannata a morte dagli uomini liberi”

castro a la havanaCredo di aver giustificato sufficientemente il mio punto di vista […] Però c’è una ragione che ci assiste più potente di tutte le altre: siamo cubani ed essere cubano implica un dovere, non compierlo è un crimine ed un tradimento. Viviamo orgogliosi della storia della nostra patria; la apprendiamo a scuola e siamo cresciuti udendo parlare di libertà, di giustizia e di diritti. […] Tutto questo apprendemmo e non lo dimenticheremo […] Nascemmo in un paese libero che ci lasciarono i nostri padri, e sprofonderà l’Isola nel mare prima che acconsentiremo ad essere schiavi di qualcuno.”

TRASCRIZIONE PARZIALE DEL DISCORSO

Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà

 

Signori Giudici,

mai un avvocato ha dovuto esercitare il suo ufficio in tal difficili condizioni; mai contro un accusato sono state commesse un tal cumulo di irregolarita’ schiaccianti. L’uno e l’altro sono in questo caso la stessa persona. Come avvocato, non ho potuto vedere il verbale ne’ lo vedro’ e, come accusato, da settantasei giorni sono chiuso in una cella solitaria, totalmente e assolutamente isolato, oltre tutte le prescrizioni umane e legali.

Chi sta parlando aborrisce con tutta la sua anima la vanita’ puerile e non sono parte del suo animo ne’ del suo temperamento qualsiasi posa da tribuno ne’ sensazionalismi di nessun tipo. Se ho dovuto assumere la mia propria difesa davanti a questo tribunale e’ per due motivi. Il primo perche’ praticamente mi si privo’ di essa completamente; il secondo perche’ solo chi era stato ferito tanto profondamente e aveva visto tanto indifesa la patria e avvilita la giustizia, puo’ parlare in una occasione come questa con parole che siano sangue del cuore e organi vitali della verita’. […]

Signori Giudici, quante pressioni si sono esercitate affinche’ mi si spogliasse anche di questo diritto consacrato a Cuba da lunga tradizione. Il tribunale non pote’ acconsentire a tali pretese perche’ era gia’ lasciare un accusato al colmo della mancanza di difesa. Questo accusato che sta esercitando ora questo diritto, per nessuna ragione al mondo omettera’ di dire quello che deve dire. […]

Vi ricordo che le vostre leggi di procedimento stabiliscono che il giudizio sara’ “orale e pubblico”; senza dubbio, si e’ impedito al popolo l’entrata a questa sessione. Solo hanno lasciato passare due avvocati e sei  giornalisti, nei periodici dei quali la censura non permettera’ pubblicare una sola parola. Vedo che ho per unico pubblico, in sala e nei corridoi, circa cento tra soldati e ufficiali. Grazie per la seria e amabile attenzione che mi state prestando! Che appaia di fronte a me tutto l’Esercito! Io so che un giorno ardera’ dal desiderio di lavare la terribile macchia di vergogna e di sangue che le ambizioni di un gruppo di persone senza anima ha lanciato sopra le uniformi militari. […]

41Q9f6ary1L._SX355_Per ultimo devo dire che non si lascio’ passare nella mia cella nessuno trattato di Diritto Penale. Solo posso disporre di questo minuscolo codice che mi ha prestato un avvocato, il valente difensore dei miei compagni: il Dott. Baudilio Castellanos. Allo stesso modo si proibi’ che giungessero nelle mie mani i libri di Marti’ [3]: sembra che la censura del carcere li considero’ troppo sovversivi. O sara’ forse perche’ io dissi che Marti’ era l’autore intellettuale del 26 luglio? […]

Non importa in assoluto! Porto nel cuore le dottrine del Maestro [4] e nel pensiero le nobili idee di tutti gli uomini che hanno difeso la liberta’ di tutti i popoli.

Solo una cosa chiedo al tribunale; spero che me la conceda, come compensazione di tanto eccesso e arbitrarieta’ che ha dovuto soffrire questo accusato senza protezione alcuna delle leggi: che si rispetti il mio diritto ad esprimermi in piena liberta’. Senza di cio’ non potrete soddisfare neanche la mera apparenza di giustizia e l’ultimo anello della catena sarebbe, piu’ di nessun altro, di ignominia e codardia.

Confesso che qualcosa mi ha sorpreso. Pensavo che il Pubblico Ministero sarebbe venuto con una accusa terribile disposto a giustificare sino alla sazieta’ le pretese e i motivi per i quali in nome del diritto e della giustizia – e di quale diritto e di quale giustizia? – mi si deve condannare a ventisei anni di prigione. Pero’ no. Si e’ limitato esclusivamente a leggere l’articolo 148 del Codice di Difesa Sociale, secondo il quale, piu’ circostanze aggravanti, sollecita per me la rispettabile quantita’ di ventisei anni di prigione. Due minuti mi sembrano molto poco tempo per chiedere e giustificare che un uomo passi al chiuso piu’ di un quarto di secolo. E’ forse per caso il Pubblico Ministero disgustato del Tribunale? […] Comprendo che e’ difficile, per un Pubblico Ministero che ha giurato fedelta’ alla Costituzione della Repubblica, venire qui in nome di un governo incostituzionale, statuario, di nessuna legalita’ e minor moralita’, a chiedere che un giovane cubano, avvocato come lui, chissa’ … altrettanto decente come lui, sia inviato a ventisei anni di carcere. Pero’ il Pubblico Ministero e’ un uomo di talento e io ho visto persone, con meno talento di lui, scrivere lunghe arringhe […]

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Signori Giudici: perche’ tanto interesse a che io taccia? […] E’ che manchi completamente la base giuridica, morale e politica per focalizzare seriamente la questione? E’ che si teme tanto la verita’? E’ che si desidera che anche io parli per due minuti e che non tocchi qui i punti che non lascia dormire a certa gente dal 26 luglio? […] non accettero’ mai questo bavaglio, perche’ in questo giudizio si sta dibattendo qualcosa in piu’ della semplice liberta’ di un individuo: si discute di questioni fondamentali di principio, si dibatte delle basi stesse della nostra esistenza come nazione civilizzata e democratica. […]

[…] il Pubblico Ministero non merita neanche un minuto di replica. […]

E’ un principio elementare del Diritto Penale che il fatto imputato debba accordarsi esattamente al tipo di delitto prescritto dalla legge. Se non c’e’ legge esattamente applicabile al punto controverso, non c’e’ delitto.

L’articolo in questione dice testualmente: “Si imporra’ una sanzione di privazione della liberta’ da tre a dieci anni all’autore di un atto diretto a promuovere un sollevamento di gente armata contro i Poteri Costituzionali dello Stato. La sanzione sara’ la privazione da cinque a dieci anni se si porta ad effetto l’insurrezione” In che paese sta vivendo il Pubblico Ministero? Chi le ha detto che noi abbiamo promosso un sollevamento contro i Poteri Costituzionali dello Stato? Due cose risaltano alla vista. In primo luogo, la dittatura che opprime la nazione non e’ un potere costituzionale, ma semmai incostituzionale; nacque contro la Costituzione, oltre la Costituzione, violando la Costituzione legittima della Repubblica. La Costituzione legittima e’ quella che emana direttamente dal popolo sovrano. […] In secondo luogo, l’articolo parla di Poteri Costituzionali, vale a dire, al plurale, non al singolare, perche’ considera il caso di una Repubblica retta da un Potere Legislativo, un Potere esecutivo e un Potere Giuridico che si equilibrano e si contrappesano uno con l’altro. Noi abbiamo promosso una ribellione contro un potere unico, illegittimo, che ha usurpato e riunito in uno solo i Poteri  Legislativo, Esecutivo e Giuridico della Nazione, distruggendo tutto il sistema che precisamente cercava di proteggere l’articolo del codice che stiamo analizzando. […]

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Vi avverto che vo a iniziare. Se nelle vostre anime resta ancora un pezzetto di amore per la patria, di amore per l’umanita’, di amore per la giustizia, ascoltatemi con attenzione. So che mi si obblighera’ al silenzio per molti anni; so che cercheranno di occultare la verita’ con tutti i mezzi possibili; so che contro di me si alzera’ la congiura dell’oblio. Pero’ non per questo la mia voce si risparmiera’ […]

Ascoltai il dittatore il lunedi’ 27 luglio […] L’accumulo di menzogne e calunnie che pronuncio’ nel suo linguaggio turpe, odioso e ripugnante, solo si puo’ comparare con l’enorme quantita’ di sangue giovane e limpido che dalla notte prima stava spargendo, con sua conoscenza, consenso, complicita’ e plauso, la turba piu’ crudele di assassini che possa mai concepirsi. […]

E’ necessario che mi occupi un po’ del considerare i fatti. Si disse, da parte del governo stesso, che l’attacco fu realizzato con tanta precisione e perfezione che evidenziava la presenza di esperti militari nella elaborazione del piano. Niente di piu’ assurdo. Il piano fu tracciato da un gruppo di giovani nessuno dei quali aveva esperienza militare; e rivelo i loro nomi, meno due di loro che non sono ne’ morti ne’ catturati: Abel Santamaria, Jose’ Luis Tasende, Renato Guitart Rosell, Pedro Miret, Jesus Montane’ e colui che parla. La meta’ sono morti, e con giusto tributo alla loro memoria posso dire che non erano esperti militari, pero’ avevano patriottismo sufficiente per dare, a parita’ di condizioni, una sonora lezione a tutti quanti i generali del 10 marzo (allusione ai generali che appoggiarono il colpo di Stato di Fulgencio Batista il 10 marzo del 1952, N.d.T.) che non sono militari ne’ patrioti. […]

E’ ugualmente certo che l’attacco si realizzo’ con coordinazione magnifica. […]

Abel Santamaria con ventuno uomini aveva occupato l’Ospedale Civile; con lui c’erano un medico e due nostre compagne per accudire i feriti. Raul Castro, con dieci uomini, occupo’ il Palazzo di Giustizia; e a me tocco’ attaccare l’accampamento con il resto, novantacinque uomini. Arrivai con un primo gruppo di quarantacinque, preceduto da un’avanguardia di otto  […] Il gruppo di riserva, che era in possesso di quasi tutte le armi lunghe, dato che le corte andavano all’avanguardia, prese per una via sbagliata e si perse completamente in una citta’ che non conoscevano. […]

Si fecero sin dai primi momenti numerosi prigionieri, circa venti, e ci fu un momento in cui tre nostri uomini  […] Ramiro Valdez, Jose Suarez e Jesus Montane’, riuscirono ad entrare in una baracca e a detenere li’ per un certo tempo circa cinquanta soldati. Questi prigionieri testimoniarono davanti al Tribunale, e tutti senza eccezione hanno riconosciuto che furono trattati con assoluto rispetto, senza dover soffrire neanche una parola di insulto. […]

La disciplina da parte dell’Esercito fu abbastanza scarsa. Vinsero alla fine per il numero, che dava loro una superiorita’ di 15 ad uno, e per la protezione  che loro forniva la difesa della fortezza. […]

Quando mi convinsi che tutti i nostri sforzi per prendere la fortezza erano gia’ vani, cominciai a ritirare i nostri uomini a gruppi di otto e dieci. La ritirata fu protetta da sei cecchini che al comando di Pedro Miret e di Fidel Labrador, bloccarono eroicamente il passo all’Esercito. Le nostre perdite nella lotta erano state insignificanti. Il gruppo dell’Ospedale Civile non ebbe piu’ di una vittima; il resto fu vinto dal situarsi delle truppe dell’esercito di fronte all’unica uscita dell’edificio, e soltanto deposero le armi quando non rimaneva loro piu’ neanche un proiettile. Con loro stava Abel Santamaria, il piu’ generoso, amato ed intrepido dei nostri giovani, la cui gloriosa resistenza lo rende immortale davanti alla storia di Cuba. Vedremo la sorte che loro tocco’ e come desidero’ sradicare Batista la ribellione e l’eroismo della nostra gioventu’.

I nostri piani erano di proseguire la lotta sulle montagne in caso di insuccesso dell’attacco al reggimento. Potei riunire un’altra volta, a Siboney, un terzo delle nostre forze; pero molti si erano gia’ persi d’animo. Una ventina decisero di consegnarsi; gia’ vedremo che cosa fu di loro. Il resto, diciotto uomini, con le armi e l’attrezzatura che rimanevano, mi seguirono sulle montagne. Il terreno era a noi perfettamente sconosciuto. Durante una settimana occupammo la parte alta della Cordigliera della Grande Pietra e l’Esercito occupo’ la base. Ne’ noialtri potevamo scendere ne’ loro si decisero a salire. Non furono, dunque, le armi; furono la fame e la sete che vinsero l’ultima resistenza. Dovetti distribuire gli uomini in piccoli gruppi: alcuni riuscirono a filtrare attraverso le linee dell’esercito, altri  furono consegnati da monsignor Perez Serantes. Quando solo restavano con me due compagni: Jose Suarez e Oscar Alcalde, tutti e tre totalmente stremati, all’alba di sabato 1° di agosto, una forza al comando del tenente Sarria ci sorprese dormendo. Gia’ la mattanza dei prigionieri era cessata in seguito alla tremenda reazione che provoco’ nella cittadinanza, e questo ufficiale, uomo di onore, impedi’ che alcuni assassini ci uccidessero  […]

Si e’ ripetuto con molta enfasi da parte del governo che il popolo non assecondo’ il movimento. mai avevo udito una affermazione tanto ingenua e, al tempo stesso, tanto piena di malafede. Pretendono evidenziare con cio’ la sottomissione e codardia del popolo  […] Se il Moncada fosse caduto in mano nostra persino le donne di Santiago di Cuba avrebbero impugnato le armi!

Molti fucili furono caricati ai combattenti dalle infermiere dell’Ospedale Civile! Anch’esse combatterono. Questo non lo dimenticheremo mai. […]

Il Pubblico Ministero era molto interessato a conoscere le nostre possibilita’ di successo. Queste possibilita’ si basano su ragioni di ordine tecnico-militare e di ordine sociale.

Si e’ desiderato instaurare il mito delle armi moderne come certezza della totale impossibilita’ della lotta aperta e frontale del popolo contro la tirannia. Le sfilate militari, le grandi parate di materiale bellico, hanno per obiettivo il fomentare questo mito e creare nella cittadinanza un complesso di assoluta impotenza. Nessun arma, nessuna forza e’ capace di vincere a un popolo che si decide a lottare per i propri diritti. Gli esempi storici passati e presenti sono incontestabili. E’ ben recente il caso della Bolivia, dove i minatori, con cartucce di dinamite, sconfissero e distrussero a reggimenti dell’esercito regolare.

Pero noi cubani non dobbiamo cercare esempi in altri paesi, perche’ nessuno e’ tanto eloquente come quello della nostra patria. Durante la guerra del 1895 c’erano a Cuba circa mezzo milione di soldati spagnoli in armi […] I cubani non disponevano in generale di altra arma che il machete, perche’ le sue cartucciere erano quasi sempre vuote. C’e’ un passaggio indimenticabile della nostra guerra di indipendenza narrato dal generale Miro’ Argenter […] ” la gente  […] in maggior parte provvista di solo machete, fu decimata […] Attaccarono agli spagnoli con i pugni, senza pistola […]”

Cosi’ lottano i popoli quando desiderano conquistare la propria liberta’: tirano pietre agli aerei e deviano i carri armati a morsi! […]

Dissi che la seconda ragione sulla quale si basava la nostra possibilita’ di riuscita era di ordine sociale. Perche’ avevamo la sicurezza di contare sul popolo? Quando parliamo di popolo non intendiamo i settori concilianti e conservatori della nazione, a quelli per cui va bene qualsiasi regime di oppressione, qualsiasi dittatura, qualsiasi dispotismo, prostrandosi dinanzi al reggente di turno sino a rompersi la fronte contro il pavimento.

Intendiamo per popolo, quando parliamo di lotta, la grande massa irredenta, quella a cui tutti offrono e quella che tutti ingannano e tradiscono, quella che anela una patria migliore, piu’ degna, piu’ giusta […]

Noi chiamiamo popolo se di lotta si tratta, ai seicentomila cubani che stanno senza lavoro desiderosi di guadagnarsi il pane con onore senza dover emigrare dalla propria patria in cerca di sostentamento; ai cinquecentomila operai stagionali della campagna che abitano in baracche miserabili, che lavorano quattro mesi e soffrono la fame per il resto dell’anno dividendo con i propri figli la miseria, che non hanno un fazzoletto di terra per seminare e la cui esistenza dovrebbe muovere a piu’ compassione se non ci fossero tanti cuori di pietra; ai quattrocentomila operai industriali e braccianti le cui pensioni, tutte, sono rapinate, […] la cui vita e’ il lavoro perenne e il cui riposo e’ la tomba; ai centomila piccoli agricoltori che vivono e muoiono lavorando una terra che non e’ loro, contemplandola sempre tristemente come Mose’ alla terra promessa, per poi morire senza mai giungere a possederla, che devono pagare per i fazzoletti di terra come servi feudali una parte dei propri prodotti, che non possono amarla, ne’ migliorarla, ne’ abbellirla, o piantare un cedro o un arancio perche’ non sanno se un giorno verra’ un funzionario a dirgli che deve andarsene; ai trentamila maestri e professori tanto pieni di abnegazione, di sacrifici e necessari al destino migliore delle future generazioni e che tanto male li si tratta e paga; ai ventimila piccoli commercianti appesantiti dai debiti, rovinati dalle crisi e ammazzati dalla piaga di funzionari filibustieri e venali; ai diecimila giovani professionisti: medici, ingegneri, avvocati, veterinari, pedagoghi, dentisti, farmaceutici, giornalisti, pittori, scultori, ecc., che escono dalle aule con i propri titoli desiderosi di lotta e pieni di speranza per trovarsi poi in un vicolo senza uscita, tutte le porte chiuse, sorde alle suppliche e al clamore. Questo e’ il popolo! Quello che soffre tutte le sue disgrazie ed e’ pertanto capace di combattere con tutto il coraggio! A questo popolo il cui cammino di angustia e’ lastricato di inganni e false promesse, non andavamo a dire: “Ti daremo” ma semmai: “Ecco prendi, lotta ora con tutte le tue forze perche’ siano tue la liberta’ e la felicita’!”. […]

Cuba potrebbe albergare splendidamente una popolazione tre volte maggiore; non ci sono dunque ragioni perche’ esista la miseria  fra i suoi attuali abitanti. […]

A quelli che mi chiamano per questa convinzione sognatore, io rispondo con le parole di Marti’: “Il vero uomo non guarda da che lato si vive meglio, ma da che lato sta il dovere; e questo e’ l’unico uomo pratico il cui sogno di oggi sara’ la legge del domani, perche’ colui che ha posto gli occhi agli organi vitali universali e visto ribollire i popoli, tra lamenti e sangue, nella conca dei secoli, egli sa che il divenire, senza nessuna eccezione, sta dal lato del dovere“.

Unicamente inspirati a tali elevati propositi e’ possibile concepire l’eroismo di quelli che caddero a Santiago di Cuba. Gli scarsi mezzi materiali, sui quali dovemmo contare, impedirono il sicuro successo. […]

I politici spendono nelle loro campagne milioni comprando coscienze, e un pugno di cubani che desiderarono salvare l’onore della patria dovette affrontare la morte con le mani vuote per carenza di risorse. Cio’ spiega da chi e’ stato governato il paese sino ad ora, non da uomini generosi e fedeli, ma dal bassofondo della politicheria […] Con maggior orgoglio che mai dico che conseguente ai nostri principi, nessun politico di ieri ci ha visti bussare alla sua porta chiedendo un centesimo, che i nostri mezzi furono messi insieme con esempio di sacrificio che non ha paragoni, come quello del giovane Elpidio Sosa che vendette la sua attrezzatura e si presento’ da me un giorno con trecento pesos “per la causa; Fernando Chenard, che vendette la apparecchiatura del studio fotografico con il quale si guadagnava da vivere; Pedro Marrero che impegno’ il suo stipendio di molti mesi e al quale fu necessario impedire che vendesse persino i mobili della sua casa; Oscar Alcalde, che vendette il suo laboratorio di prodotti farmaceutici; Jesus Montane’, che consegno’ il denaro che aveva risparmiato per piu’ di cinque anni, e cosi’ nello stesso stile molti altri, spogliandosi ognuno di quel poco che aveva.

Bisogna avere una fede molto grande nella propria patria per agire cosi’, e questi ricordi di idealismo mi portano direttamente al capitolo piu’ amaro di questa difesa: il prezzo che fu fatto loro pagare dalla tirannia per il desiderio di liberare Cuba dalla oppressione e dalla ingiustizia. […]

I fatti sono ancora recenti, pero’ quando gli anni passeranno e il cielo della patria si schiarira’, quando gli animi esaltati si quieteranno e la paura non turbera’ piu’ gli spiriti, si iniziera’ allora a vedere in tutta la sua spaventosa realta’ la magnitudine del massacro, e le generazioni future rivolgeranno terrorizzate gli occhi a questo atto di barbarie senza precedenti nella nostra storia. Pero’ non desidero che l’ira mi accechi, perche’ ho bisogno di tutta la chiarezza della mia mente e la serenita’ del cuore distrutto per esporre i fatti cosi’ come occorsero, con tutta semplicita’, senza drammatismi, perche’ sento vergogna come cubano, che alcuni uomini senza anima, con i suoi crimini inqualificabili, abbiano disonorato la nostra patria dinanzi al mondo.

Non fu mai il tiranno Batista un uomo di scrupoli che tentenna prima di dire al popolo la piu’ fantastica menzogna. […]

Le cose che affermo’ il dittatore dal poligono dell’accampamento di Columbia, sarebbero degne di risa se non fossero cosi’ impappate di sangue. Disse che gli attaccanti erano un gruppo di mercenari tra i quali c’erano molti stranieri; […] disse che l’attacco era stato ideato dall’ex-presidente Prio e con suo denaro, e si e’ provato sino alla sazieta’ l’assenza assoluta di ogni relazione tra questo movimento e il regime passato; disse che eravamo armati di mitragliatrici e granate a mano, e qui i tecnici dell’Esercito hanno dichiarato che avevamo solo una mitragliatrice e nessuna granata a mano; disse che avevamo sgozzato la postazione di guardia, e qui sono apparsi a verbale i certificati di morte e i certificati medici corrispondenti a tutti i soldati morti o feriti, dai quali, risulta che nessuno presentava lesioni di arma bianca. […]

Quando un capo di stato o chi pretende esserlo fa dichiarazioni al paese, non parla per parlare: alberga sempre qualche obiettivo, persegue sempre un effetto, lo anima sempre una intenzione. Se eravamo gia’ stati militarmente vinti, se gia’ non rappresentavamo piu’ un pericolo per la dittatura, perche’ ci si calunniava in questo modo? Se non e’ chiaro che era un discorso sanguinario, se non e’ evidente che si pretendeva giustificare i crimini che si stavano commettendo dalla notte prima e che si andavano a commettere dopo, che parlino per me i numeri: il 27 luglio, nel suo discorso dal poligono militare, Batista disse che gli attaccanti avevano avuto trentadue morti; alla fine della settimana i morti salivano a piu’ di ottanta. In quale battaglia, in quali luoghi, in quali combattimenti morirono questi giovani? Prima che parlasse Batista si erano assassinati piu’ di venticinque prigionieri; dopo che parlo’ se ne assassinarono cinquanta.

Che grande senso dell’onore quello di quei militari modesti, tecnici e professionisti dell’Esercito, che al comparire dinanzi al tribunale non deformarono i fatti, e relazionarono attenendosi alla stretta verita’. Questi si che sono militari che onorano l’uniforme, questi si che sono uomini! Ne’ il militare ne’ l’uomo vero e’ capace di macchiare la sua vita con la menzogna o il crimine. Io so che sono terribilmente indignati con i barbari omicidi che si commisero, io so che sentono con ripugnanza e vergogna l’odore di sangue omicida che impregna sino all’ultima pietra il Quartiere Moncada.

Esorto il dittatore a ripetere ora, se puo’, le sue vili calunnie contro le testimonianze di questi onorevoli militari, lo esorto a che giustifichi davanti al popolo di Cuba il suo discorso del 27 luglio, che non taccia, che parli! Che dica se la Croce d’Onore che pose nel petto agli eroi del massacro era per premiare i crimini ripugnanti che si commisero; che assuma sin da ora la responsabilita’ davanti alla storia e non pretenda di dire poi che furono i soldati senza suoi ordini, che spieghi alla nazione i settanta omicidi; fu molto il sangue! La nazione ha bisogno di una spiegazione, la nazione lo domanda, la nazione lo esige. […]

Non si ammazzo’ durante un minuto, un’ora o un giorno intero, ma una intera settimana, i colpi, le torture, […] non cessarono un istante come strumento di sterminio maneggiato da perfetti artigiani del crimine. Il Quartiere Moncada si converti’ in un laboratorio di tortura e morte, e alcuni uomini indegni convertirono l’uniforme militare in pannelle da macellai. I muri si incrostarono di sangue; nella parete le pallottole restarono incrostate con frammenti di pelle e capelli umani […]

Le mani criminali che reggono il destino di Cuba avevano scritto per i prigionieri all’entrata di quell’antro di morte, la scritta dell’inferno: “LASCIATE OGNI SPERANZA”. […]

Conosco molti dettagli di come si realizzarono questi crimini, per bocca di alcuni militari che pieni di vergogna, mi riferirono le scene di cui erano stati testimoni. […]

Il primo prigioniero assassinato fu il nostro medico Mario Muñoz, che non portava armi ne’ uniforme e vestiva il suo camice di medico, un uomo generoso e competente che aveva prestato cura con la stessa devozione tanto all’avversario quanto all’amico ferito. Nel cammino dall’Ospedale Civile al Quartiere gli spararono un colpo alla schiena e lo lasciarono li’ con la bocca rivolta in basso in una pozza di sangue. Pero’ la mattanza di prigionieri non comincio’ sino alle tre del pomeriggio. Fino a questa ora si aspettarono ordini. Arrivo’ dunque dall’Avana il generale Martin Diaz Tamayo, il quale porto’ istruzioni concrete uscite da una riunione dove si trovavano Batista, il capo dell’Esercito, il capo del SIM (Servizio di Intelligence Militare, N.d.T) e altri. Disse che “era stata una vergogna e un disonore per l’Esercito aver avuto nel combattimento tre volte piu’ vittime degli attaccanti e che si dovevano uccidere dieci prigionieri per ogni soldato morto” Questo fu l’ordine! […]

Quello di cui questi uomini avevano bisogno era precisamente questo ordine. Nelle loro mani peri’ il meglio di Cuba: i piu’ valorosi, i piu’ onorati, i piu’ idealisti. Il tiranno li chiamo’ mercenari, e li’ essi stavano morendo come eroi in mano di uomini che ricevono uno stipendio dalla Repubblica e i quali con le armi che essa ha dato loro perche’ la difendano, servono piuttosto gli interessi di un manipolo e assassinano i migliori cittadini.

Per mezzo della tortura offrivano loro la vita se tradendo la propria posizione ideologica si prestavano a dichiarare falsamente che Prio [6] aveva dato loro il denaro, e come essi rifiutavano indignati la proposta, continuavano torturandoli orribilmente. […]

Le fotografie non mentono e quei cadaveri appaiono distrutti. […]

Questo lo fecero per molti giorni e assai pochi prigionieri di quelli che erano detenuti sopravvissero. […]

Signori Giudici, dove stanno i nostri compagni detenuti nei giorni 26, 27, 28 e 29 luglio che si sa erano settanta nella zona di Santiago di Cuba? Solamente tre e le due ragazze sono ricomparsi; […]

Dove stanno i nostri compagni feriti? Solo cinque sono comparsi; i restanti furono ugualmente assassinati. Qui, al contrario, hanno sfilato venti militari che furono nostri prigionieri e che secondo le loro stesse parole non ricevettero neanche una offesa. Qui hanno sfilato trenta feriti dell’Esercito, molti di loro in combattimenti sulla strada, e nessuno di essi fu giustiziato. Se l’Esercito ebbe diciannove morti e trenta feriti, com’e’ possibile che noi abbiamo avuto ottanta morti e cinque feriti? […]

Come puo’ spiegarsi la favolosa proporzione di sedici morti per un ferito, se non giustiziando i feriti nell’ospedale stesso e assassinando poi gli indifesi prigionieri? Questi numeri parlano senza possibile replica. “E’ una vergogna e un disonore per l’Esercito aver avuto nel combattimento un numero di vittime tre volte superiore agli attaccanti; bisogna ammazzare dieci prigionieri per ogni soldato morto …” Questo e’ il concetto che hanno dell’onore i caporali divenuti generali il 10 di marzo [7], e questo e’ l’onore che desiderano imporre all’Esercito nazionale. Onore falso, onore di apparenza che si basa sulla menzogna, la ipocrisia e il crimine; assassini che plasmano con il sangue una maschera di onore. Chi disse loro che morire combattendo e’ un disonore? Chi disse loro che l’onore di un Esercito consiste nell’assassinare feriti e prigionieri di guerra? In guerra gli eserciti che assassinano i prigionieri si sono sempre guadagnati il disprezzo e l’esecrazione del mondo. […]

Il militare di onore non assassina il prigioniero indifeso dopo il combattimento, ma lo rispetta; non giustizia il ferito, ma lo aiuta; impedisce il crimine e se non puo’ impedirlo fa come quel capitano spagnolo che sentendo gli spari con cui si fucilavano gli studenti ruppe indignato la sua spada e rinuncio’ di continuare a servire quell’esercito. […]

Per i miei compagni morti non chiedo vendetta. Dato che le loro vite non avevano prezzo, non potrebbero pagarla con la loro tutti i criminali messi insieme. Non e’ con il sangue che si puo’ pagare la vita dei giovani che morirono per il bene di un popolo; la felicita’ di questo popolo e’ l’unico prezzo degno che si puo’ pagare per quelle vite.

In piu’ i miei compagni non sono dimenticati, ne’ morti; vivono oggi piu’ che mai e i suoi assassini devono vedere terrorizzati come sorge dai loro cadaveri eroici lo spettro vittorioso delle loro idee. Che parli per me l’Apostolo: “C’e’ un limite al pianto durante la sepoltura dei morti, ed e’ l’amore infinito per la patria e la gloria che si vede sopra i loro corpi, che non teme, non si abbatte ne’ mai si indebolisce; perche’ i corpi dei martiri sono l’altare piu’ bello della dignita’ “.

… Quando si muore

Nelle braccia della patria gradita,

La morte finisce, la prigione si rompe;

Comincia alla fine, con il morir, la vita!

Fin qui mi sono attenuto quasi esclusivamente ai fatti. Come non dimentico che sto davanti ad un Tribunale di Giustizia che mi giudica, dimostrero’ ora che unicamente dalla nostra parte sta il diritto e che la sanzione imposta ai miei compagni e quella che si pretende di impormi, non hanno giustificazione dinanzi alla ragione, dinanzi alla societa’ e dinanzi alla vera giustizia. […]

Sto per narrarvi una storia. C’era una volta una Repubblica. Aveva la sua Costituzione, le sue leggi, le sue liberta’; Presidente, Parlamento, Tribunali; tutti potevano riunirsi, associarsi, parlare e scrivere in piena liberta’. Il governo non soddisfaceva il popolo, pero’ il popolo poteva cambiarlo e gia’ mancavano alcuni giorni per farlo. Esisteva una opinione pubblica rispettata e riverita e tutti i problemi di interesse collettivo erano discussi liberamente. C’erano partiti politici, ore dottrinali di radio, programmi polemici della televisione, atti pubblici e nel popolo palpitava l’entusiasmo. Questo popolo aveva sofferto molto e se non era felice, desiderava esserlo e aveva diritto a cio’. Lo avevano ingannato molte volte e guardava al passato con vero terrore. Credeva ciecamente che questo non poteva tornare; era orgoglioso del suo amore per la liberta’ e viveva convinto che essa sarebbe stata rispettata come cosa sacra; sentiva una fiducia nobile nella sicurezza che nessuno potesse provare a commettere il crimine di attentare contro le proprie istituzioni democratiche. Desiderava un cambiamento, un miglioramento, un progresso e lo vedeva vicino. Tutta la sua speranza stava nel futuro.

Povero popolo! Una mattina la cittadinanza si sveglio’ di soprassalto; nelle ombre della notte gli spettri del passato avevano congiurato mentre essa dormiva, e ora la tenevano afferrata per le mani, per i piedi e per il collo. […] Non, non era un incubo; si trattava della triste e terribile realta’: un uomo chiamato Fulgencio Batista aveva commesso il crimine che nessuno pensava.

Successe dunque che un umile cittadino di quel popolo, che desiderava credere nelle leggi della Repubblica e nell’integrita’ dei suoi giudici  […] cerco’ un codice di Difesa Sociale per vedere che castigo prescriveva la societa’ per l’autore di un simile fatto e lo trovo’ come segue:

“Incorrera’ nella sanzione di privazione della liberta’ da sei a dieci anni colui che effettuera’ qualsiasi atto diretto a cambiare in tutto o in parte, per mezzo della violenza, la Costituzione dello Stato o la forma di governo stabilita.”

“Si imporra’ una sanzione di privazione della liberta’ da tre a dieci anni all’autore di un atto diretto a promuovere un sollevamento di gente armata contro i Poteri Costituzionali dello Stato. La sanzione sara’ la privazione da cinque a dieci anni se si porta ad effetto l’insurrezione”  […]

Senza dire niente a nessuno, con il Codice in una mano e i fogli nell’altra, il menzionato cittadino si presento’ nel vecchio edificio della capitale dove funzionava il tribunale competente, che era obbligato a promuovere la causa e castigare i responsabili di quel fatto, e presento’ uno scritto denunciando i delitti e chiedendo per Fulgencio Batista e per i suoi diciassette complici la sanzione di centootto anni di prigione come ordinava imporre il Codice di Difesa Sociale con tutte le aggravanti […]

Passarono giorni e mesi. Che tradimento. L’accusato non era molestato, passeggiava per la Repubblica come un barone, lo chiamavano onorevole signore e generale  […]

Passarono ancora giorni e mesi. Il popolo si stanco’ di abusi e di burle. I popoli si stancano! Venne la lotta, e quindi quell’uomo che stava fuori dalla legge, che aveva occupato il potere con la violenza, contro la volonta’ del popolo e aggredendo l’ordine legale, torturo’, assassino’, incarcero’ e accuso’ dinanzi ai tribunali quelli che lottavano per la legge e per ridare al popolo la sua liberta’.

Signori Giudici: Io sono quel cittadino che un giorno si presento’ inutilmente dinanzi al Tribunale per chiedere che castigasse a quegli ambiziosi che violarono le leggi e ridussero in cenere le nostre istituzioni, e ora e’ a me che si accusa  […] Mi direte che quella volta i giudici della Repubblica non agirono perche’ glielo si impedi’ con la forza: dunque, confessatelo: questa volta ugualmente la forza vi obblighera’ a condannarmi. La prima volta non poteste castigare il colpevole; la seconda dovrete castigare l’innocente. La donzella della giustizia due volte violentata con la forza. […]

Cuba sta soffrendo un crudele e ignobile dispotismo e voi non ignorate che la resistenza di fronte al dispotismo e’ legittima; questo e’ un principio universalmente riconosciuto e la nostra Costituzione del 1940 lo consacro’ espressamente nell’articolo 40: “E’ legittima la resistenza adeguata per la protezione dei diritti individuali garantiti anteriormente”  […] Il diritto di insurrezione dinanzi alla tirannia e’ uno di quei principi che, sia o no incluso nella Costituzione Giuridica, ha sempre piena vigenza in una societa’ democratica. […]

Il diritto alla ribellione contro il dispotismo, Signori Giudici, e’ stato riconosciuto dalla piu’ lontana antichita’ sino al presente, da uomini di tutte le dottrine, di tutte le idee e di tutte le credenze. Nelle monarchie teocratiche della piu’ remota antichita’ in Cina, era praticamente un principio costituzionale che quando il re governasse in modo turpe e dispotico, fosse deposto e rimpiazzato da un principe virtuoso.

I pensatori dell’antica India impararono la resistenza attiva contro gli arbitri dell’autorita’. Giustificarono la rivoluzione e tradussero molte volte le proprie teorie in pratica. […]

San Tommaso di Aquino, nella “Summa Theologica” rifiuto’ la dottrina della tirannide, e sostenne, senza dubbio, la tesi che i tiranni devono essere deposti dal popolo.

Martin Lutero proclamo’ che quando il governo degenera in tirannide ferendo la legge, i sudditi sono liberati dal dovere dell’ubbidienza. […]Calvino, il pensatore piu’ notevole della Riforma dal punto di vista delle idee politiche, postula che il popolo ha diritto a prendere le armi per opponersi a qualsiasi usurpazione.

Niente meno che un gesuita spagnolo dell’epoca di Filippo II, Juan Mariana, nel suo libro “De Rege et Regis Institutione”, afferma che quando il governante usurpa il potere, o quando eletto, regge la vita pubblica in maniera tirannica, e’ lecito l’assassinio […] direttamente, o avvalendosi dell’inganno, con il minor disturbo possibile. […]

Gia’ nel 1649 John Milton scrive che il potere politico risiede nel popolo, il quale puo’ nominare o destituire i re […]

John Locke nel suo “Trattato di Governo” sostiene che quando si violano i diritti naturali dell’uomo, il popolo ha il diritto e il dovere di sopprimere o cambiare il governo: “L’unico rimedio contro la forza senza autorita’ sta nell’opporre ad essa la forza”. Jean Jacques Rousseau dice con molta eloquenza nel suo “Contratto Sociale”: “Mentre un popolo si vede forzato a obbedire e obbedisce, fa bene; e non appena puo’ strapparsi il giogo e se lo strappa, fa meglio, recuperando la sua liberta’ con lo stesso diritto che gli e’ stato tolto”. […]

Rinunciare alla propria liberta’ e’ rinunciare alla qualita’ dell’uomo, ai diritti dell’umanita’, e anche ai doveri. […] Tale rinuncia e’ incompatibile con la natura dell’uomo; e togliere tutta la liberta’ alla volonta’ e’ togliere ogni moralita’ alle azioni. […]

La famosa Dichiarazione Francese dei Diritti dell’Uomo lascio’ alle generazioni future questo principio: “Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione e’ per questo il piu’ sacro dei diritti e il piu’ imperioso dei doveri” “Quando una persona si impossessa della sovranita’ deve essere condannata a morte dagli uomini liberi”

Credo di aver giustificato sufficientemente il mio punto di vista […] Pero’ c’e’ una ragione che ci assiste piu’ potente di tutte le altre: siamo cubani ed essere cubano implica un dovere, non compierlo e’ un crimine ed un tradimento. Viviamo orgogliosi della storia della nostra patria; la apprendiamo a scuola e siamo cresciuti udendo parlare di liberta’, di giustizia e di diritti. […] Tutto questo apprendemmo e non lo dimenticheremo […] Nascemmo in un paese libero che ci lasciarono i nostri padri, e sprofondera’ l’Isola nel mare prima che acconsentiremo ad essere schiavi di qualcuno. […]

 

Termino la mia difesa, pero’ non lo faro’ come fanno sempre tutti gli avvocati, chiedendo la liberta’ del difeso; non posso chiederla quando i miei compagni stanno soffrendo nell’Isola dei Pini una prigionia ignobile. Inviatemi insieme a loro a condividere la loro sorte, e’ concepibile che gli uomini che hanno onore siano morti o prigionieri in una repubblica dove e’ presidente un criminale e un ladro.

Ai Signori Giudici, la mia sincera gratitudine per avermi permesso di esprimermi liberamente senza meschine coazioni […] Resta tuttavia all’Udienza un problema piu’ grave: qui stanno le cause iniziate per i settanta omicidi, cioe’ per il piu’ grande massacro che abbiamo conosciuto, e i colpevoli restano liberi con l’arma in mano che e’ una minaccia perenne per la vita dei cittadini; se non cade sopra di essi tutto il peso della legge, per codardia o perche’ ve lo impediscono, e non rinunciano in pieno tutti i giudici, io ho pieta’ della vostra dignita’ e compassione per la macchia senza precedenti che cadra’ sopra il Potere Giuridico.

In quanto a me so che il carcere sara’ duro come non lo e’ mai stato per nessuno, pieno di minacce, di vile e codardo rancore, pero’ non lo temo, cosi’ come non temo la furia del tiranno miserabile che ha preso la vita a settanta fratelli miei.

Condannatemi, non importa, la storia mi assolvera’.

Fidel Castro

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4 thoughts on “26 Luglio: l’inizio della Rivoluzione Cubana e il famoso discorso “La storia mi assolverà”.

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