Articoli del 2016 · Attivismo · Cronaca · Sociologia

Gianni Morandi contestato per poca sensibilità verso i lavoratori; siamo proprio sicuri che è sempre colpa degli altri?

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Il cantante Gianni Morandi è stato oggetto di pesanti accuse, con tanto di immancabile “Vergognati” e parole a dir poco sproporzionate, per aver postato una foto che lo ritrae a fare la spesa di domenica (a fine articolo, alcuni commenti).

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Premettendo che, effettivamente, il riposo nei giorni festivi è un diritto di primaria importanza, purtroppo ormai perduto a favore delle logiche di mercato e del guadagno privato e padronale, appiattendo tutti i giorni in “lavorativi” senza distinzione alcuna, quindi, una tematica su cui è importante rimanere sensibili e attenti; ce la stiamo prendendo tanto con Gianni Morandi, ma siamo sicuri che è tutta colpa sua e di quelli come lui (praticamente tutti… sfido chiunque a non aver mai fatto un acquisto, qualsiasi, in un giorno festivo…) se i tanti lavoratori dei centri commerciali e della grande distribuzione sono costretti a lavorare anche nei giorni in cui sarebbero, di diritto, festivi?

Una triste usanza tipicamente italiana, è quella di incolpare sempre qualcun’altro e le sue azioni per qualcosa che ci lede, quando poi con le nostre di azioni, e ancor peggio con le “non azioni”, contribuiamo allo stesso problema anche in maniera maggiore, senza comprendere le dinamiche storiche che hanno portato a una determinata situazione.

Se da una parte si può incolpare chi compra di domenica, parimenti, si può incolpare chi comunque accetta di lavorare la domenica.

La frase può sembrare dura, travisabile se presa da sola e decontestualizzata.
Moltissime persone si sentono costrette (e molto spesso lo sono state) ad accettare di lavorare in contrasto con i più basilari diritti per necessità, ma quest’ultima, la si giustifica mettendo sempre davanti una qualche scusa con se stessi, più che con gli altri, seppur importante, come “ho figli”, “ho un mutuo”, ecc…

Ma quei diritti, che tra l’altro non sono da conquistare, ci erano già stati donati dai nostri bisnonni, nonni, padri, pensate che siano stati conquistati da persone che “non avevano figli da sfamare?”
Persone che vivevano in situazioni idilliache, senza problemi, che potevano tranquillamente non accettare un lavoro, tanto, ne avrebbero trovato un altro più consono alla propria situazione?
Persone totalmente esenti da una qualsiasi scusa personale?

Tutt’altro… quei diritti, sono stati frutto di sacrifici enormi, privazioni e troppo spesso pagati col sangue; discorso che vale sia per l’operaio dell’800, che lavorava “costretto” in 14 ore di fabbrica in condizioni miserabili, dove al minimo rifiuto c’era l’immediata sostituzione, ma che comunque ha trovato il coraggio di “fermarsi” e darci i primi diritti basilari, come una minima sicurezza nei posti di lavoro e riduzione delle ore; fino all’operaio degli anni ’50,’60, ’70, molto spesso migrante, anche lui con il proprio mutuo e i propri “figli da sfamare”, che comunque ha trovato il coraggio di dire i propri “No”, regalandoci (e noi calpestandolo…) lo “Statuto dei lavoratori”, uno dei momenti più alti che il Movimento Operaio abbia raggiunto. Sfido tanti di quei lavoratori “scandalizzati” dalla busta della spesa di Gianni Morandi,  a sapere, anche minimamente, di cosa tratta il suddetto Statuto…

E’ molto facile attribuire e scaricare delle colpe su altri, quando anche il proprio comportamento ne alimenta il problema, rimanendo bloccati nel ragionamento del “sono costretto”, esentandoci da qualsiasi tipo di responsabilità e lotta, andando a ledere proprio chi, giustamente, pensa “questo è inaccettabile e non lo accetto”.

Ragionamento frutto di una carenza di coscienza storica, da cui deriva l’ignorare la propria reale condizione, di classe e storica, con i propri relativi poteri…

E questa non coscienza, porta involontariamente a quei comportamenti, a quelle azioni, a quelle accettazioni che, più che necessità, spesso è semplice servilismo, paura.

Non parliamo solo del lavoro festivo, ma di tante piccole azioni che contribuiscono ad alimentare il potere padronale, come l’andare comunque a lavorare quando effettivamente impossibilitati (additato dai lavoratori stessi come “fannulloneria” quando questo accade, e parliamo di casi reali, non di chi se ne approfitta), fare straordinari non retribuiti, l’accettare un inquadramento non in linea con il proprio profilo professionale, oppure, quando effettivamente si è costretti ad accettare determinate condizioni per un periodo di tempo, il non fare nulla per regolarizzare la situazione nel futuro o addirittura nel momento in cui si viene licenziati; per “fare”, si intende semplicemente denunciare il comportamento illecito di un datore di lavoro.

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Lo stesso discorso vale ancor di più quando il torto a subirlo è qualcun’altro. Quante persone prendono le difese di un collega, soprattutto in aziende molto grandi, quando subisce un trattamento, un comportamento, o addirittura un licenziamento ingiusto? La maggior parte dei lavoratori, chi per semplice opportunismo, chi per paura, rimane in un indifferente e colpevole silenzio.
Per non parlare di azioni maggiori, come l’adesione a uno sciopero o manifestazione; è di pochi giorni fa la notizia dell’uccisione di un operaio a Piacenza durante un picchetto davanti alla GLS, con tanto di video che ne prova l’assassinio, non “l’omicidio stradale”. In altri tempi e contesti, ci sarebbe stato lo sciopero generale sentito e partecipato, non solo a livello sindacale, ma solidale… Quanti si sono veramente indignati e hanno fatto qualcosa?

La solidarietà, il muoversi insieme, dovrebbe essere la prima forza dei lavoratori, ma non solo quando ci tocca personalmente (come in questo caso, dato che molti che hanno risposto alla foto di Morandi si sentivano tirati in causa), ma sempre, per ogni ingiustizia.
Il pensare al noi, come forza, è andato perduto sempre per la perdita della memoria storica e le dinamiche individualiste che essa si porta con se, alimentate proprio da chi ha l’interessa a mantenere la massa lavoratrice disunita, dato che il singolo, contro un forte potere economico, non può nulla, ma questo stesso potere, storicamente, ha potuto ben poco contro una massa ben coesa.

Molte colpe vengono anche attribuite ai sindacati.
Negli ultimi vent’anni, da quando alle spalle dei sindacati è mancato proprio l’apporto politico e ideologico, gli errori sono stati tantissimi, come l’uso personalistico che ne hanno fatto determinati soggetti, quindi, le critiche sono più che giuste.
Il problema della critica a quest’ultimi, non è tanto al singolo sindacato o al sindacalista, quanto al concetto di sindacato stesso, e qui ricadiamo nell’errore e nell’auto-giustificazione; quante volta abbiamo sentito “è, ma i sindacati non ci sono più”, fino al sostenere che (tra questi anche il Movimento 5 Stelle) vanno chiusi e messi al bando (una dei primi provvedimenti di Mussolini…).

Sempre per ritornare al discorso di ignoranza storica, pochi sanno realmente perchè è nato il sindacato e la sua importanza storica: nell’ottocento, l’unione e aggregazione degli industriali borghesi, quindi di chi assumeva, era lecita, perciò, in questa cerchia ristretta, ci si accordava sui prezzi dei salari da corrispondere agli operai, naturalmente molto a ribasso. L’operaio, che non aveva modo di trattare con loro, era costretto ad accettare un salario infimo; anche andando da un’altra parte, in un’altra fabbrica, avrebbe trovato le stesse identiche condizioni, già precedentemente decise a tavolino dai capitalisti dell’epoca.
Questi operai, quindi, erano costretti ad accettare quelle condizioni, dato che obiettando anche minimamente, nessuna tutela lo difendeva da uno sbrigativo licenziamento. Non avevano nemmeno uno strumento legale per trattare, dato che l’unione e aggregazione degli operai, a differenza degli industriali, ERA VIETATA.
Proprio da qui, da queste persone “costrette”, cominciarono comunque a nascere quelle aggregazioni future che chiamiamo sindacati, in contesti difficilissimi e quasi sempre fuorilegge, dato che questa era totalmente dalla parte della borghesia, con tutto il rischio che ne deriva, dagli arresti alle repressioni estremamente violente della polizia.
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Senza quegli operai che non accettarono quelle condizioni ignobili (tra l’altro, perfettamente legali al tempo) e lottarono, senza quelle organizzazioni, i sindacati, oggi tutti le minime condizioni umane di lavoro sarebbero ancora un’illusione, spunto per l’ennesimo “è, ma che ci vuoi fare, sono costretto…”.
Spesso ci si aspetta un appoggio incondizionato da queste, ma quel che va compreso, è che il sindacato, semplicemente, sono i lavoratori, e senza l’appoggio per primi di quest’ultimi, non può nulla; quante persone, negli ultimi anni, hanno aderito ad azioni sindacali?

E non si tiri in ballo il solito “son tutti uguali”; dire che l’UGL o al CISL sono (anche storicamente) uguali all FIOM o alla USB, denota una non conoscenza della situazione attuale, nonchè ignoranza…

Discorso particolare anche l’atteggiamento differente nei confronti delle lotte estere o interne; quando si vede al telegiornale l’assedio da parte di operai francesi, si leggono commenti come “quella si che è gente che lotta! Mica come noi caproni…”. Poi, sulle stesse immagini ma provenienti da una piazza romana o milanese, il commento diventa “andate a lavorare, i “cellerini” fanno bene a caricare…” spesso scritto comodamente dal proprio divano… (magari d’Ikea).

Perciò, con una profonda riforma, ripulendo tutti i vecchi attori che hanno tradito quell’organizzazione (motivo principale della sfiducia attuale), sostenendo chi invece ha continuato a lottare comunque e, perchè no, rifondandone di nuovi. Che non si perda l’unico strumento utile davanti a un confronto tanto sbilanciato come quello che contrappone chi detiene il potere economico e il singolo lavoratore; mantenere viva e sostenere la solidarietà e l’unione tra i lavoratori, che da soli, non contano nulla…
I primi a guadagnare dal pensiero avverso all’unione sindacale e in generale a quella dei lavoratori, è proprio chi accrescerà il proprio potere dalla sua scomparsa; la grande industria, il grande capitale…

Queste parole, in parte anche provocatorie, non arrivano per giudicare nessuno, ma semplicemente per far riflettere sulle proprie azioni e sul potere delle nostre scelte, dei nostri “SI” e dei nostri “NO”, ancor prima di riflettere, guardare e giudicare le azioni degli altri, anche quando ci sembra impossibile perchè, magari, sulle nostre spalle sono caricate responsabilità che coinvolgono altre persone a cui vogliamo bene (e non c’è niente di più rispettoso…), perchè sotto ricatto, o semplicemente perchè ci sentiamo intimoriti e impotenti.

Perciò, che l’attenzione sia non solo sulle azioni degli altri (che comunque, ribadiamo, devono attivamente fare la differenza, come in questo caso, se possibile la spesa domenicale è meglio evitarla), ma soprattutto sul nostro comportamento e come quest’ultimo in realtà contribuisce al tutto, perchè la forza di chi ci impone una qualsiasi ingiustizia, deriva proprio dalla nostra accettazione quando è rivolta verso di noi, e dalla nostra indifferenza nel momento in cui è rivolta a chi ci sta accanto.

Colasanti Marcello

 

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