Articoli del 2017 · Città di Roma · Politica

Stadio della Roma: l’ennesimo mostro privato nel tessuto urbano romano.

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La città di Roma che conosciamo oggi, fatta di caotico traffico, spazi insufficienti, sovraffollamento e periferie collegate da strade sottodimensionate, è il frutto decennale di costruzioni senza pianificazioni, abusivismo condonato e speculazioni edilizie.

Potremmo tranquillamente aprire una panoramica fin dal 1871, passando per le demolizioni del centro storico in epoca fascista con relativa costruzione di ghetti-borgata; ma senza andare troppo lontano con le date storiche, possiamo individuare nella seconda metà degli anni ’40, nell’immediato dopoguerra e con la scusa della “ricostruzione”, i maggiori danni all’assetto urbano romano.

Nella confusione dello scenario post-bellico, dove regole e norme erano insufficienti, tanto sulla carta quanto nei cantieri; si presentò la ghiotta occasione per i settori dell’edilizia, che tramite gli aiuti e la flessibilità delle leggi sulla ricostruzione, innalzarono palazzi in maniera disordinata, in alcune zone in maniera totalmente abusiva, sicuri di un futuro condono: esempi possiamo trovarli in quartieri già esistenti, come Monteverde, con costruzioni esasperate che ricoprono la totalità del territorio; oppure in zone dove non era presente nulla, come il tratto da Pineta Sacchetti fino alla borgata di Primavalle.
Tali opere hanno pesantemente gravato sul bilancio pubblico e collettivo in un periodo estremamente delicato, dato che le costruzioni, seppur private, una volta condonate necessitavano di tutti i collegamenti e servizi, come l’idrico o l’elettrico, a totale carico pubblico, in zone a maggioranza non edificabili, dove gli allacci comportavano spese estremamente ingenti.
Il danno è ben visibile tutt’oggi: una periferia totalmente estranea e disarmonica rispetto agli antichi Rioni romani; l’impossibilità di collegamenti e trasporti funzionali, sia con il centro che tra le stesse periferie; agglomerati di centinai di migliaia di persone che hanno come unico accesso una strada a una corsia; parcheggi inesistenti; quartieri visivamente orribili; perdita di beni archeologici non quantificabile.
Questi sono danni a cui non si potrà rimediare in futuro, se non riportando a zero la situazione, opzione costosissima, legalmente difficile a causa dei vari condoni che legittimano le costruzioni, e all’effettivo, praticamente impossibile…
Per “situazione” parliamo di quartieri interi con  migliaia di case private e centinaia di migliaia di abitanti.

Negli anni successivi la situazione non è migliorata, anzi, negli ultimi dieci anni sensibilmente peggiorata.

Dal 2008, con la giunta Alemanno, Roma ha subito una tremenda colata di cemento difficilmente misurabile, calcolata intorno ai 20 milioni di metri cubi, e accompagnata da uno stravolgimento delle norme sull’edilizia, come, giusto per citarne una, la possibilità di costruire centri commerciali all’interno dell’area urbana.
Queste decisioni e delibere comunali si collocavano all’interno di quel fenomeno che più tardi verrà giornalisticamente chiamato “Mafia Capitale“.
Frutto di quegli anni sono il centro commerciale di Ponte Milvio che tutt’ora paralizza un quartiere intero; l’inutile parcheggio sotterraneo con annesso albergo e centro commerciale (almeno quest’ultimo bloccato) in Via Giulia, una delle vie storiche più importanti del mondo; l’ampliamento e connessa cementificazione della zona dell’Anagnina, portando l’area all’impermeabilità e al continuo rischio alluvione, che immancabilmente si presente ad ogni abbondante pioggia; l’ecomostro Euroma2 (autorizzato prima della suddetta giunta), opulento centro commerciale, il più grande d’Europa e costato 280 milioni di Euro, causa di problemi di viabilità e black out elettrici per l’immenso assorbimento elettrico.

Per le sopracitate motivazioni, per il rischio idrogeologico dovuto alla cementificazione incontrollata, passata e degli ultimi anni, unita alla naturale conformità del paesaggio; il territorio romano, attualmente e in queste condizioni, non sopporta un metro cubo di cemento in più.

In questa situazione, si colloca il progetto del nuovo Stadio della Roma (che dell’A.S Roma non sarà…), che in linea con il passato edilizio della città di Roma, rappresenta il nuovo grande affare privato, a danno delle vere esigenze pubbliche della città e dei cittadini.
In una città al collasso sotto ogni punto di vista, morta sotto il profilo culturale, artistico e turistico, si discute da anni su un progetto che utilizza come cavallo di Troia il “circenses” più amato dagli italiani, il calcio, per addolcire quell’amara pillola che di sportivo ha ben poco, calcolando che annesso alla sua costruzione troveremo un intero nuovo quartiere, con 3 grattacieli da oltre 200 metri l’uno, in un’ansa del Tevere estremamente pericolosa per il rischio idrogeologico.

A tutto questo, si unisce una delle contraddizioni maggiori del sistema neoliberista; migliaia di case vuote e il continuare a costruirne di nuove, mentre altrettante persone sono senza un tetto. Attualmente, si contano dalle 190.000 alle 250.000 abitazioni vuote nel territorio romano (i dati sono estremamente variabili in base alle fonti, ma comunque significative), con, per assurdo, migliaia di famiglie in emergenza abitativa, senza un tetto o costretti all’occupazione.

Quindi, nei territori del Comune di Roma, non esiste la necessità di costruire nuovi appartamenti, ad uso abitativo o d’ufficio che sia, ma di riqualificazione di quelli esistenti, soprattutto pubblici, riconvertiti in spazi sociali o abitativi. Questo solo un esempio, altri mille utilizzi di risorse potrebbero essere proposti in una città ormai collassata, ma no di certo, all’ennesima costruzione utile solamente a scaricare l’eccedenza di capitale del privato di turno, a danno della solita collettività e dell’ambiente.

Dopo il ridicolo teatrino che l’attuale giunta ci ha regalato; a seguire quattro articoli che gettano luce sulla questione, per comprendere il progetto e la pericolosità connessa.

Colasanti Marcello

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Lettera aperta ai romani e ai tifosi giallorossi del
Comitato Difendiamo Tor di Valle dal Cemento

Il progetto conosciuto come “Stadio della Roma a Tor di Valle” è solo un pretesto per permettere la realizzazione di una nuova speculazione edilizia, la più devastante degli ultimi decenni: è’ importante quindi che si conoscano alcuni punti nevralgici di questo ennesimo sacco di Roma:

LO STADIO NON E’ NEANCHE UN VENTESIMO DELLE COSTRUZIONI PREVISTE

Intorno allo stadio, che interesserà solo il 14% di tutta la cubatura, sorgerà un enorme “Business Park”, un  grande centro commerciale e numerosi palazzi per uffici con tre grattacieli di 220 ml. di altezza. Si tratta di un progetto faraonico di ben 354.000 metri quadrati, per un totale di un milione di metri cubi di cemento, equivalenti a 120 palazzi  di sei piani:  ALTRO CHE STADIO! Tutto questo in un’area che il Piano Regolatore Generale destina invece a “Verde privato attrezzato”. Al posto di un parco avremo centinaia di ettari di asfalto e cemento. Già oggi il Piano Regolatore attribuisce all’area di Tor di Valle una capacità edificatoria di 112.000 mq. destinati ad impianti sportivi: significa che si potrebbe tranquillamente costruire “lo Stadio della Roma” con tutti i campi di allenamento senza nessuna deroga al Piano Regolatore. E’ evidente che il milione di metri cubi di cemento è dovuto a ben altri interessi che quelli sportivi…

LO STADIO NON SARA’ PROPRIETA’ DELLA A.S. ROMA

Proprietario dello stadio sarà una società di James Pallotta, che non è un tifoso della Roma ma un finanziere americano che cercherà di procurarsi il massimo profitto facendo pagare alla A.S. Roma tutti i costi a cominciare dall’affitto dello Stadio. Lo “Stadio della Roma” non costituirà un capitale che valorizzerà la Società, ma un onere che costerà ogni anno milioni di euro.

RISCHIO IDROGEOLOGICO                                                                

Cementificare un’ansa del Tevere destinata ad eventuali esondazioni del fiume costituisce un grave rischio, come hanno evidenziato sia l’Istituto Nazionale di Urbanistica che l’Autorità di Bacino (che ha dato parere negativo): significa dimenticare tutti i disastri che si sono verificati e continuano a verificarsi in caso di alluvioni per la furia edificatoria che ha devastato l’Italia, dove si è costruito senza criterio in aree del tutto inadatte…. Ma la consapevolezza, da parte dei proponenti il progetto, che tutto ciò potrebbe accadere è dimostrata dalla previsione della installazione di  una idrovora da 3,5 milioni di euro (che pagheremo noi cittadini). Non vorremmo che si sottovalutasse l’eventualità di un disastro prevedibile! 

LA MOBILITA’ AL COLLASSO

L’intero piano edificatorio peserà su un settore della città dove la mobilità è già al collasso: un milione di m. c. di uffici e spazi commerciali, con 15/25.000 lavoratori e utenti giornalieri, nonché 40/50.000 spettatori in occasione delle partite costituisce un carico impossibile da sostenere. Le opere di mobilità proposte sono assolutamente insufficienti e limitate unicamente al tratto utile ai clienti del futuro Centro Commerciale, senza alcun giovamento per i 200.000 romani che già oggi sopportano code interminabili da Vitinia e Ostia Lido per Roma.  Nè si sono dimostrate realizzabili alcune opere previste dalla delibera 132/14 (tronchetto di metro da Laurentina a Tor di Valle e ponte sul Tevere), che nella delibera in oggetto erano state ritenute condizioni indispensabili per la realizzazione  del progetto. Forti proteste sono state avanzate dai Comitati di zona e dai pendolari della Roma Lido che da anni chiedono l’adeguamento della metro

PROMESSE ELETTORALI DEL M5S E DI VIRGINIA RAGGI TRADITE

In campagna elettorale avevano promesso di ritirare la delibera sulla pubblica utilità sostenendo che “lo Stadio della Roma si farà da un’altra parte, a Tor di Valle c’è una speculazione edilizia e NON CI SONO LE CONDIZIONI” . Ora, intascati i voti dei cittadini,  trattano con i palazzinari e si parla solo di una ridicola riduzione delle cubature (20%). 

CONFERENZA DEI SERVIZI

Per tutte le criticità illustrate il Comune e la Città Metropolitana hanno espresso parere negativo nell’ambito della Conferenza dei Servizi presso la Regione; mancano i pareri della Regione e dello Stato. Attualmente è stato chiesto un mese di proroga per la decisione finale.

CHIEDIAMOCI TUTTI NOI:

Roma ha veramente bisogno di altre strutture per uffici, che poi rimangono inutilizzate (vedi edifici inutilizzati all’ EUR) o dell’ennesimo Centro Commerciale, pagando lo scotto di rendere invivibile  un quadrante importante della città, di correre un rischio idrogeologico notevole per tutto il territorio e di penalizzare sempre più i suoi cittadini, costretti a soccombere ad una mobilità insostenibile? 

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Emiliani: «Da romanista, quel progetto è tutto sbagliato»

Rachele Gonnelli – il manifesto

«Premetto che sono romanista». Inizia così Vittorio Emiliani, che nelle sue molte vite, molte opere, molte cariche oggi conserva quella di presidente del «Comitato per la Bellezza». L’argomento – lo stadio della Roma – è inframezzato da aneddoti a non finire sulla città Eterna e divagazioni sulla sua storia. Ma così si riesce ad affrontare l’argomento al di fuori dallo psicodramma politico che si sta dipanando in Campidoglio.

Lo stadio della Roma è un bisogno della città?

Lo stadio Olimpico è nato per l’atletica e non va granché bene per il calcio. Lo stadio Flaminio non è restaurabile se non a costi elevatissimi. In altri Paesi come la Gran Bretagna gli stadi sono più piccoli e di proprietà delle società calcistiche. In Spagna sono usati anche come ipermercati del divertimento legati al calcio. In Italia solo la Juve a Torino si è fatta il suo stadio ma lì la Fiat anche tramite la Vinovo ha sempre usato i suoi terreni per pareggiare le poste di bilancio, quasi mai in pareggio in questo settore. A Roma non so se il modello possa funzionare, so che ci sono store specializzati in merchandising ma anche tante contraffazioni. Si sa che da noi c’è anche il vero falso napoletano. Il primo progetto di stadio risale a Dino Viola, ma l’area indicata alla Magliana, era sotto il livello del Tevere e poi non se ne fece nulla. Il nuovo progetto però ha almeno tre punti sbagliati.

Quali?

Prima cosa: un americano vero, diciamo dei miei tempi, avrebbe fatto anche la ferrovia. Va bene lo stadio della Roma ma James Pallotta non è Viola, è un presidente pro tempore, molto pro tempore, non ha la stessa affidabilità di investimento sulla città. Poi ci sono i due fratelli Parnasi, proprietari dei terreni a Tor di Valle, che di mestiere fanno i costruttori. Ma la città ha già nel Prg una dotazione di milioni di metri cubi largamente inutilizzati perché ci sono 185 mila alloggi sfitti o invenduti e, se non erro, parecchi metri quadrati di uffici pure vuoti. Inoltre non è previsto alcun interesse della città di estendersi lì verso la via del Mare, la quarta strada più mortale d’Italia.

Tor di Valle non va bene?

Ricordo quando l’ippodromo nel ’53 doveva essere inaugurato lì dall’epica sfida tra il nero Crevalcore e in biondo Tornese. Non si fece, l’impianto era allagato. E era assai più snello, le tribune non così grandi e pesanti.

Non c’erano le tre torri, quanto meno.

Il progetto B dello stadio, che ho visto, intaserebbe l’Ostiense e viale Marconi, zone già troppo dense di traffico. Una follia trasportistica. Ma soprattutto c’è il problema idrogeologico. Recentemente ho potuto parlarne con un ingegnere idraulico, mi ha detto, o meglio lo ha detto in pubblico, che quella zona non è solo molto difficile ma la più difficile non di Roma ma del mondo, per l’edificazione. Esiste un documento del Comune che parla per quell’area di regimazione del fosso del Vallerano, che è un affluente del Tevere, e scorre lì sotto. Roma è tutta percorsa da fiumi sotterranei, questo la mette a riparo dai terremoti ma pone altri problemi. Lo sa che c’è un fiume sotterraneo chiamato già dai Romani Euripus che scorre sotto corso Vittorio e Campo Marzio? Quando lavoravo al Messaggero si sentiva scorrere e i tipografi mi portarono delle trote bianche che avevano pescato nei sotterranei. Per questo le cantine del centro storico non sono bonificabili.

Non ci sono le tecniche oggi per bonificare Tor di Valle?

Soltanto le idrovore per convogliare le acque piovane dai parcheggi costano 9 milioni di euro, mica poco. Più le opere idrauliche ne costano altri 15-16 milioni. Il Comune potrebbe accollarsi questa spesa e solo dopo verifiche vedere cosa e come costruire a Tor di Valle. Magari solo un parco.

I costi, dunque, sarebbero troppo onerosi per le dissestate casse comunali?

Già il progetto A nella delibera della giunta Marino viene definito non sostenibile per le opere di urbanizzazione, si parla di squilibrio finanziario, se l’urbanizzazione costa 270 milioni e il contributo massimo dalla società di Pallotta è 50 milioni.

Però quel progetto non passò.

Sì, ma fa capire l’ordine di grandezza su cui si tratta.

L’assessore Berdini farebbe bene a respingerlo in blocco?

È la legge, mi pare, che gli impedisce di approvarlo. La legge 2017 del 2013 sui nuovi stadi prevede modalità nuove di finanziamento, Vuol dire non più finanziati dal pubblico erario.

Pubblicato su Il Manifesto del 9/2/2017

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Se Raggi e 5 stelle diventano i nuovi palazzinari

di Vezio de Lucia

L’imprudenza di Paolo Berdini non può trasformarsi in un viatico per l’approvazione dello Stadio. Il progetto che va sotto il nome Stadio della Roma è forse la più grossa speculazione fondiaria tentata a Roma dopo l’Unità d’Italia.

Un milione di metri cubi a Tor di Valle, in una fragile ansa del Tevere non lontana dall’Eur, località difficilmente accessibile, servita solo dalla Roma-Lido, la peggiore ferrovia d’Italia. Un milione di metri cubi equivale a dieci volte il volume dell’Hilton, l’albergo su Monte Mario della Società generale immobiliare contro il quale, a metà degli anni Cinquanta, si mobilitò l’Espresso (che aveva pochi mesi di vita). «Capitale corrotta, nazione infetta» è il titolo dell’articolo di Manlio Cancogni che dette il via a una memorabile campagna giornalistica, politica e morale, contro il malgoverno urbanistico. All’Espresso si affiancò Il Mondo dove scriveva Antonio Cederna che nell’occasione coniò l’hilton, unità di misura della speculazione edilizia: un hilton = centomila metri cubi.

Del milione di metri cubi previsti a Tor di Valle, lo stadio e le altre funzioni connesse alle attività sportive formano solo un segmento, meno del venti per cento, di un complesso immobiliare che comprende tre grattacieli alti più di duecento metri e altri edifici destinati ad attività direzionali, ricettive e commerciali senza rapporti con lo stadio, ma destinati a compensare il costo delle infrastrutture dichiarate necessarie per la funzionalità dell’insieme. Una specie di piccola Eur dove il piano regolatore prevede impianti sportivi con modeste cubature. Tutto ciò sarebbe consentito non da una legge sugli stadi, di cui ogni tanto si sente parlare, legge che non esiste, ma grazie a una norma inserita forzosamente e all’ultimo momento nella legge di stabilità del 2014 nell’ambito del tradizionale maxiemendamento e quindi approvato solo per volontà del governo con voto di fiducia.

E contro tutto ciò si sono energicamente battuti, durante l’amministrazione Marino, che aveva insensatamente deliberato l’interesse pubblico del progetto, il gruppo consiliare M5S e l’allora consigliera Virginia Raggi. Che non hanno cambiato idea in campagna elettorale. Per questa ragione, chi scrive questa nota non è stato il solo a votare per Virginia Raggi al ballottaggio per il sindaco nelle scorse elezioni amministrative, e ha votato Raggi soprattutto perché la determinazione contro lo stadio e la speculazione edilizia in generale era rafforzata dalla candidatura di Paolo Berdini ad assessore all’urbanistica, sicuro presidio contro il malaffare. Tutto ciò sembra che non conti più nulla, più della coerenza e del rispetto per gli impegni presi (che pure furono rispettati a proposito delle Olimpiadi) contano il consenso di Totti e dei tifosi che un tempo l’Uisp (Unione italiana sport popolari) chiamava gli sportivi con il culo (nel senso che fanno sport stando seduti). Non conta nulla non sapere che fine fanno lo stadio Olimpico e il vecchio stadio Flaminio ormai vergognosamente abbandonato. Per non dire della difficoltà a negare lo stesso trattamento a una eventuale richiesta della Lazio o di altre società sportive. Contro lo stadio sono rimasti alcune associazioni ambientaliste, il benemerito comitato «Salviamo Tor di Valle» dal cemento e pochi altri.

Questo modo di fare politica si chiama trasformismo. Fu definita così la pratica politica sostenuta dal presidente del Consiglio Agostino De Pretis che, in un famoso discorso a Stradella nel 1882, si rivolse agli esponenti della destra affinché si trasformassero e diventassero progressisti. Da allora, il trasformismo, da De Pretis a Mussolini a Matteo Renzi al M5S, è diventata la più funesta malattia di tutta la politica italiana.

Pubblicato su il Manifesto del 10/2/2017

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Stadio/Business Park a Tor di Valle, perché dico no: «Roma città malata, stop ai privati»

di Paolo Portoghesi

Roma è afflitta da molte pericolose malattie. Il suo centro storico continua ad essere, malgrado la congestione del traffico, una delle meraviglie del mondo. Ma la città che lo circonda è cresciuta così male da renderla nel suo complesso disordinata e perciò ingovernabile.

La sua espansione caotica costa ai suoi cittadini un quotidiano spreco di vita per il tempo che occorre per raggiungere dalla propria abitazione il posto di lavoro utilizzando una rete stradale di una vastità davvero patologica che impone altissimi costi di manutenzione.

Una delle cause principali di questa crescita caotica è il fatto che, anziché seguire i suggerimenti del piano regolatore e dei piani di attuazione, i costruttori hanno scelto di costruire su terreni acquistati come terreni agricoli o a bassissima densità, sicuri che in un modo o nell’altro sarebbero riusciti poi con le varianti a renderli fabbricabili in misura conveniente ai loro interessi. Chiunque sorvoli la città si rende conto di questa urbanizzazione schizofrenica che l’ha privata della possibilità di inserire nell’agglomerato urbano pause di zone verdi indispensabili per alleviare le patologie ambientali.

Ebbene, oggi una giunta – votata in modo plebiscitario per cambiare la città – sembra propensa a ripetere l’errore dei peggiori predecessori consentendo ai privati di decidere la collocazione di un importante servizio urbano come lo stadio della Roma, distruggendo per sempre la speranza di poter trasformare la valle del Tevere, ancora in gran parte intatta, in quel parco fluviale di cui tanto si è parlato in passato.

Non basta; oltre allo stadio- il cui interesse pubblico è fuori discussione – i privati chiedono di costruire un centro direzionale e hanno scelto la tipologia del grattacielo, che contraddice la storia della città e le sue esperienze moderne che hanno sempre fatto i conti con la tradizione classica. Come architetto si è scomodato Daniel Libeskind, che dopo il felice esordio del Museo della Shoah – che rievoca in modo efficace la barbarie nazista – si è sentito in dovere di ripetere analoghe morfologie aggressive ed esplosive in una quantità di edifici che soddisfano la smania diffusa di ridurre l’architettura a una gara di sfrenati gesti individualistici.

Visto che Roma è una città malata per la sua caotica espansione, come terapia si propone di rispecchiarne lo sfacelo attraverso le forme storte e sbilenche dei grattacieli di Libeskind. Fortunatamente nel mondo – dopo la parentesi ipermuscolare della architettura sbilenca – comincia a profilarsi tra i giovani una architettura di opposizione, contraria agli sprechi e agli esibizionismi auto-pubblicitari.

Per una opera pubblica così importante in un paese civile sarebbe il Comune a scegliere la collocazione offrendo gratuitamente il terreno ed esigerebbe un concorso internazionale di progettazione.

Pubblicato sul Corriere della Sera del 11/2/2017

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